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From the category „General“ (Short Stories / italian):

Mauro Montacchiesi

Francesco Terrone

Francesco Terrone
(Libere considerazioni di Mauro Montacchiesi)
*
Su Francesco Terrone molto è già stato detto e scritto da numerosi critici, in primis et ante omnia dal critico-relatore, Ch.mo Prof. Aldo Jatosti, Segretario Generale dell’A.I.A.M. (Accademia Internazionale di Arte Moderna, di Roma). Ergo, mi soffermerò sull’aspetto umano dell’Artista, producendo elementi di riflessione, al fine di congetturare il perché di questa sua aulica metamorfosi in divenire.
*
Francesco Terrone. Lo si potrebbe paragonare ad un topazio, emblema di verità, perdono, felicità, amicizia vera e speranza. Francesco ha un’inderogabile, imprescindibile istanza di trovare il vero scopo della sua vita. E’ magistrale ed affermato ingegnere. Ma è questa la sua vera strada nella vita? Francesco avverte l’istanza di una consapevolezza cosmica. Ha bisogno di rimuovere tutte le energie stagnanti, di rimuovere le tensioni interiori, di dare la stura a tutta la sua gioia, a tutta la sua felicità. E’ per questo, verosimilmente, che ha sposato la poesia. Francesco ha bisogno di una continua palingenesi fisico e spirituale. Il suo mondo interiore, per certi versi, potrebbe essere comparato all’estetica di Joan Mirò, uno dei più grandi Pittori della prima metà del '900 (Surrealismo Astratto). Tra il 1930 e gli ultimi anni, Mirò produce un caleidoscopio infinito di immagini, popolate di sagome infantili (Allegoricamente l’intus del Nostro. Il Peter Pan nei Giardini di Kensington, di James Matthew Barrie). Queste immagini possono richiamare una sensazione epidermica di infantile spensieratezza. Ma si tratta di una spensieratezza di mera apparenza. Da una critica diligente, affiora l'essenza drammatica e pregna di tensioni della pittura di Mirò, un'essenza che palesa la personalità inquieta, irrequieta dell'artista Mirò e, per analogia, dell’Uomo-Artista Terrone. Continuamente sospinto da un inestinguibile fuoco, Francesco avverte l’istanza di presenziare diversi eventi, di incontrare personaggi al di fuori degli stereotipi. Francesco è un “universopolita” (licenza per: cosmopolita). Movimento ed ubiquità (per iperbole) sono le sue peculiarità più icastiche. Da grande stoico sa riconoscere e tollerare la verità e la menzogna, la solidarietà ed il cinismo. La sua è una personalità poliedrica, e quindi non agevole da conoscere e interpretare. È un intellettuale spumeggiante, che si esprime in maniera briosa e con un marcato sense of humour. Sa accendere una conversazione ed alimentarla ad libitum, poiché è sempre aggiornato sui principali eventi. E’ una fucina di idee, una più creativa dell’altra. Ha grande facilità ad instaurare nuovi rapporti. Questo fa si che conosca molta gente e che molta gente, ovviamente, conosca lui. La sua prismatica natura fa si che sia inafferrabile, talora perfino a sé stesso, al punto che, non di rado, si chiede chi egli veramente sia. Ciò gli può procurare una certa, ma breve inquietudine, poiché sa che tutto è labile, caduco. Per Francesco lavorare deve essere fonte di divertimento e di interesse. Una professione in cui il suo talento estroso ed estroverso non possa emergere, lo metterebbe presto in crisi. Egli adora un lavoro che gli permetta di stare a contatto con gli altri, di spostarsi di continuo per cielo, terra, mare, e che segnatamente appaghi la sua illimitata curiosità di conoscere gente e posti sempre diversi. Sebbene ingegnere di vasto e consolidato successo, il meglio di sé lo esprime con lo scritto, con la parola, con la comunicazione. Ha un grande magistero nell’entrare nei meandri della mente altrui. Si fa e fa sempre domande per scoprire i vari perché. E’ iper-creativo, impaziente, nervoso. La sua mente versatile, a causa dei molteplici interessi, può essere un po’ dispersiva, ma sempre profondamente indagatrice. E’ in fieri una transizione-osmosi ingegneria-poesia. Perché? Verosimilmente perché l’ingegneria è il portato del suo super-ego, ovvero dei condizionamenti dell’ambiente in cui è nato e cresciuto, in cui vive. Altrettanto verosimilmente la poesia è il portato prorompente, a lungo in stato di incubazione, ovvero la scaturigine patente del suo es più profondo, del suo vero es. L’anabasi (ri-salita) del suo microcosmo interiore che vuole emanciparsi, in età adulta, verso il macrocosmo, verso la luce di Dio. E quale modo migliore se non la poesia, veicolo elato della sua vera essenza. Troppo a lungo sembra Francesco aver girovagato all’interno di un labirinto esistenziale, pur mietendo vasti successi personali, ma senza mai trovare l’egresso verso una metafisica dimensione superiore. “Via crucis”, uno dei suoi libri, non è un titolo a caso. La via crucis di Cristo è, per traslato, l’iter mentis ad Deum,il percorso iniziatico dell’uomo sulla terra, irto di ordalie, di prove, di ostacoli da superare. Il labirintismo esistenziale può essere sintetizzato in: labirintismo laico e labirintismo religioso. In entrambi, l’uomo deve uccidere il Minotauro (allegoria), il suo male. Nel labirintismo laico l’uomo, novello Teseo, deve trovare l’uscita grazie alla ragione (filo di Arianna). Nel labirintismo religioso l’uomo deve trovare l’uscita grazie alla fede in Dio (filo di Arianna). S.Agostino recitava: “Fides quaerens intellectum e intellectus quaerens fidem”. La fede vuole l’intelletto e l’intelletto vuole la fede. A voler significare la necessità dell’uso della ragione, quale dono di Dio, pur postulando il primato della fede sulla ragione. In questa fase della sua vita, Francesco sta combinando la sua professione di ingegnere (la ragione che, tuttavia non gli permette un esito certo dal labirinto) con quella del poeta (Via crucis, la fede), ad evidenziare l’istanza di un’evoluzione anagogica, mistica, spirituale, per un suo più probabile ed auspicabile esodo da questo, per tutti necessario e diverso, labirinto esistenziale.
 



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It was published on e-Stories.org by demand of Mauro Montacchiesi
Published on e-Stories.org on 01/05/2017.


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