Gabriele Zarotti

All´opera non si muore mai di noia.

(Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei.)
 
Neeessun dooorma, neeessun dooorma
Tuu pure, o priiincipeeessa,
Neella tua freeedda staaanza
Guaaardi le steeelle che tremanooo
Dddamooore ediii speraaanzaaa!
Maa il mio mistero e chiiuuuso in meee,
Il nome mio nessun sapraaa!
No, no, suuulla tua booocca lo dirò,
Quando la luce splenderà!
Ed il mio baaacio sciooglierà
Il siilenzio che tiii fa miiia!
 
        La sera del 5 dicembre, al Teatro Regio di Parma, uno dei numerosi atti d’amore di Maria Luigia verso la città, di fronte ad un uditorio delle grandi occasioni, si stava rappresentando La Turandot. L’immortale opera che Puccini non aveva mai portato a termine. E poi condotta a compimento, senza molta convinzione, da Franco Alfano. Una serata speciale.  Presenti tutte le autorità più autorevoli e la crème della crème della società bene. Megaricchi provenienti da ogni parte del Paese. Membri del governo e imprenditori di  gran stazza erano sbarcati dai loro jet, poche ore prima, all’aeroporto internazionale della simpatica città emiliana: Il Giuseppe Verdi. Critici e melomani  si erano scapicollati da ogni dove. E, last but not least, un loggione da far tremare le vene ai polsi alle più audaci  e  dotate ugole del globo conosciuto stava accalcato in religioso silenzio. Pronto ad intercettare il minimo errore, la più impercettibile distrazione, e scatenare tutta la sua irruenta passione contro il malcapitato reo. L’intero incasso sarebbe stato devoluto in beneficenza. Eravamo ormai arrivati al terzo atto. Il tenore Arturo Leonida Borrelli era impegnato con la solita consumata maestria  a offrire, se mai ve ne fosse stato bisogno, ulteriore saggio delle sue rinomate e celebrate qualità canore. Stava per terminare il celeberrimo Nessun Dorma che avrebbe mandato a dormire  di lì a poco, felici e appagati, tutti i presenti.

Dilegua, o notte!
Tramontaaate, stelle, tramontaaate, steeelle!
All'alba viiincerooo, vincerooo, viiinceròooo!
……………………………………………….
 
        Alla fine gli applausi piovvero copiosi, dopo un breve, profondo silenzio. Un momento di sospensione che solo i più dotati notarono. Qua e là qualche timido e isolato fischio dal loggione, che però fu scambiato per un incoraggiamento all’americana, in omaggio forse all’ambasciatore USA seduto nel palco d’onore. Il sontuoso ed elegante sipario calò e risalì una, due, tre volte. Alla quarta, nel momento in cui il pubblico si stava apprestando ad elargire l’ultimo tributo al maestro Borrelli, rimasto ormai solo al centro della scena, le persone nelle  due file  sotto al palcoscenico furono le prime ad accorgersi che qualcosa non andava. Arturo Leonida Borrelli, da Scandiano, era fermo. Immobile. Con il braccio destro appoggiato parallelo all’altezza del diaframma. Come chi si appresta a ricambiare, con un leggero inchino, l’ultimo abbraccio del teatro. Stava lì come una statua. Sembrava colpito da paresi totale fulminante. Di nuovo, un silenzio denso di oscuri e per niente promettenti presagi percorse la platea. Durò alcuni minuti che sembrarono un’imbarazzante eternità. D’improvviso, come usciti da uno stop frame, passato lo stupore, due orchestrali saltarono a pié pari sul palco, mentre tre uomini uscirono di corsa da dietro le quinte. Anche il suggeritore accennò una sortita dalla buca ma, nel farlo, prese male la mira e, dopo aver dato una zuccata tremenda contro la mezza cupola, fu rimbalzato all’indietro. Stette in stato di semincoscenza per alcuni minuti. Nel frattempo, la folla dei soccorritori prese con delicatezza Borrelli, rigido come uno stoccafisso, e lo adagiò delicatamente sul pavimento. Controllarono il battito, guardarono la pupilla, auscultarono il cuore. Era morto. Il commissario di polizia Gabriele Spaggiari, presente in sala con la consorte, scattò dal suo posto e accorse verso quel manipolo di anime pietose. Poi, rivoltosi al pubblico in piedi, disse con tono stentoreamente rassicurante e voce impostata per l’occasione: - Signore e signori… vi prego… abbiate la cortesia… un po’ di silenzio. Abbiate la bontà di sedervi. Nessuno si diriga verso l’uscita, per il momento. Personale del teatro e agenti dell’ordine, fra poco, vi accompagneranno ordinatamente fuori. Vi prego, per la vostra incolumità, mantenete la calma.  Non c’è motivo di affrettarvi. È tutto sotto controllo. 
          A lui si unì il sovrintendente che, per calmare gli animi, disse che si stavano prodigando per prestare soccorso al tenore. Avrebbero tenuto i presenti al corrente degli sviluppi. Uno dei medici prontamente accorsi fece segno a tutti coloro che stavano attorno al corpo di allontanarsi un po.’ Tranne al commissario Spaggiari. Fissandolo con preoccupazione, gli si rivolse a  bassa voce: - Guardi qui…- indicando la parte destra dell’inguine e poi in lenta successione l’ombelico e il fianco sinistro - ...è stato colpito da queste piccoli dardi. Con ogni probabilità avvelenati.
        In effetti tre piccole piume: una verde, una rossa, una blu si muovevano leggermente, come mosche da pesca che vibrano nell’acqua, a causa dell’aria che proveniva dalle bocchette dell’impianto di climatizzazione. Il commissario non potè che constatare il tutto e avanzare nella sua mente una semplice ipotesi, con relativo commento a mezza voce:  - Avvelenamento! Ma è assurdo! Mostruosamente assurdo!
        Il giorno seguente Parma si risvegliava come da un brutto incubo. La sera prima, nonostante l’ora tarda, la notizia del fattaccio che aveva violato la sacralità del Regio, aveva fatto il giro della città. Bussato ad ogni porta. Tirato giù dal letto melomani e non.  Panico e orrore, prima ancora che esecrazione, superati i muri di quel tempio, avevano dilagato in ogni dove. Lasciando una cittadinanza attonita a discutere, commentare, e interrogarsi per tutta la notte. I bar in Piazza Garibaldi avevano tirato su la claire e si erano riempiti di  persone di ogni età, che dibattevano su quel tragico accadimento che incombeva sulla città come ombra smisurata, e minacciava di trasformarsi rapidamente in macchia indelebile.
        Così recitavano, nell’ordine, occhiello, titolo, e catenaccio della Gazzetta di Parma: Assurdo dramma al Regio. Il tenore Borrelli ucciso sul palcoscenico. Ieri sera un misterioso fantasma dell’opera colpisce senza lasciare tracce. Panico in sala. La polizia brancola nel buio. L’articolo poi tracciava un ampio  profilo del tenore. Una delle poche voci dalla fonazione perfetta, dalla dizione nettissima, diceva, …che poteva accedere con facilità a qualsiasi registro. Ma soprattutto tanto potente e generosa che era in grado di infilare di seguito una serie di do di petto, con la stessa naturalezza con cui Carlo Emilio Gadda usava periodare con una sequenza consecutiva di due punti. Purtroppo, continuava, negli ultimi anni non era più il Borrelli che aveva mandato in visibilio La Scala, il Metropolitan Opera di New York, Il Tokyo Kokuritzu Gekijou, L’Opera House Svedese, il Teatro Real de Madrid, Il Teatro Nazionale di Praga, La Royal Opera House di Londra, La Deutsche Oper di Berlino, l’Opéra National de Paris, La Cairo Opera House, lo Zheng Yici Peking Opera Theatre… solo per citarne alcuni. La voce, sempre straordinariamente bella, cominciava a mal tollerare le ingiurie del tempo. Qua e là, anche se raramente, impercettibili sbavature facevano rapide incursioni; qualche incertezza sfiorava i suoi splendidi acuti. Era sempre un piacere sentirlo, ma certo era iniziato da tempo un lento declino. Ci piace pensare che forse la sua prematura e violenta morte, se da una parte ha sprofondato i suoi ammiratori e tutti noi nel più cupo dolore, ha risparmiato a lui il dramma che tanto temeva della senescenza vocale. Magra consolazione ma così è. Con lui si spegne una delle più grandi voci del ‘900. Che non finirà mai di mancarci.
        Come per miracolo, tutta la cittadinanza, addolorata non solo per la scomparsa di un grande che aveva tenuto a battesimo nel lontano 1989, ma ferita in ciò che aveva di più sacro, con la profanazione del Regio sembrò ritrovare, come in una sorta di catarsi, quella spontaneità di sentimenti e naturalezza nel relazionarsi col prossimo che sembrava ormai un ricordo del passato. Soffocata dall’egoismo e dalla grettezza del piccolo miracolo economico di cui era stata abile protagonista. E che aveva travolto tutto e tutti.  Trasformando i cittadini da pramsà: un po’ ruspanti, gioviali, cordiali, e pronti ad accogliere il diverso alla loro tavola, in altezzosi parmensi: egoisti villanelli rifatti, pieni di boria e sussiego. Tutti Cayenne e slogan forzisti.  Sembrava che adesso una ventata post guerra circolasse di nuovo per le strade, facendo assaporare anche  ai giovani il piacere semplice ma intenso che solo i sentimenti più genuini riservano. La sera, la gente usciva e si spandeva per le strade fino a mezzanotte. Si trovava nei bar a discutere. Porsi domande. Partecipare empaticamente con il dramma dei familiari di Borrelli, dei suoi colleghi ma anche, di tanto in tanto, a sdrammatizzare. Con quella sagacia, arguzia, e prontezza di battuta, spesso feroce, che aveva caratterizzato i parmigiani fino agli anni ’70, e che adesso sembrava solo la flebile eco di un tempo che fu. Le osterie avevano riaperto i battenti. Nei circoli, gli anziani sembravano tutti tornati dalla Romania dopo cure massicce di Gerovital. Alla Corale Verdi, da cui era uscito il famoso detto: Non si può pretendere che il culo ti canti l’Aida, quella sera era in atto un acceso dibattito dal tema così riassumibile: Co’ femia ades, ragas! Dopo un lungo silenzio iniziale, via di mezzo tra imbarazzo, preoccupazione, e rispettoso silenzio per la recente dipartita, la discussione prese l’abbrivio come al solito in ordine così sparso che, a chi fosse stato nuovo del giro, sarebbe sembrata una riunione d’imbarieg (ubriachi).
        - A sarà stè al fantesma ad l’opera… però, che mira cal gà!
        - Povré!
        - Mo chi... al fantesma?
        - Vatlator in tal c...
        - Che vosa, ragas, miga cme cola ad… cmel se ciama? Bufico?
        -… all’alba vinceròo… vinceròoo… vonceròoooo…
        - E bruta vaca… lu sì cal seva co’ l’era la lirica.
        - E che do ad pet, … mi... mi   pianseva cme na vida taieda!
        - Cletor inveci, av recodev ragas… al gheva un do cal feva cagher!
        - Als  pianteva a metà… at laseva lì cme  vo cl’aspeta l’ostia clan riva brisa.
        E così, di questo passo, il dialogo prese vie che lo avvicinarono più ad un incontro di alcolisti anonimi che ad una seduta di melomani.
        Nel frattempo, in questura, il commissario Spaggiari non sapeva da che parte cominciare. Non aveva uno straccio d’indizio. La sera del fattaccio, dopo aver messo sottosopra tutto il teatro, prima di far uscire gli spettatori, gli agenti avevano perquisito tutti. Ricchi, poveri, potenti, ministri, imprenditori, uomini e donne. Queste ultime avevano protestato a lungo: non tanto per i palpamenti, ma per l’affronto arrecato alle loro mise. Data l’importanza e l’eco nazionale del caso, il prefetto decise di coinvolgere il RIS. Il ROS procedeva per conto suo. Mentre la RAS, la compagnia d’assicurazione, stava tergiversando. Non voleva liquidare la famiglia, anche se la polizza del dipartito prevedeva, fra le tante, la clausola di danno per morte violenta. Gli agenti del Raggruppamento Investigazioni Speciali, dopo i vari sopralluoghi sulla scena del crimine, le prove col manichino e i raggi laser, avevano stabilito da dove provenivano i piccoli dardi che avevano ucciso il povero Borrelli. Ad una analisi più approfondita sulle piume, si era potuto inoltre stabilire che a spararli non era stato un fucile ma, con ogni probabilità, tre cerbottane nelle quali era stato spinto gas compresso come quello utilizzato da pistole e carabine. Tre cannelli di legno avevano tirato in rapida successione. Rimanevano naturalmente da approfondire ancora molti dettagli. La scientifica, dopo l’autopsia, aveva accertato che una freccetta lo aveva paralizzato all’istante, mentre le altre due, colpendolo subito dopo, gli avevano inoculato un potente veleno. Il corpo, abituato per ragioni sceniche ad assumere sempre posture tetragone, e irrigidito dal rigor paralysis, invece di cadere a terra, era rimasto in piedi come una statua al museo delle cere. Così, in men che non si dica, era passato da un rigor all’altro senza accorgersene. La polizia di stato era sempre più impegnata a cercare tracce che conducessero all’autore, o agli autori, dell’efferato e spettacolare crimine. Spaggiari e la sua squadra procedevano senza sosta a rivoltare la vita del trapassato come un calzino. A interrogare decine e decine di persone. Amici, conoscenti, e collaboratori. Tutti i presenti a teatro quella sera. Dal momento che la serata era all’insegna della beneficenza, ogni somma versata era stata registrata, col relativo nome del benefattore. Il compito era immane. Avrebbe richiesto parecchio tempo. Forse mesi.
        Una mattina il telefono del prefetto squillò. Era Scotland Yard: Bob Lindsey, il capo del Reparto Crimini Irrisolti. A questo punto bisogna fare un passo indietro. Mentre a Parma e in tutto il Paese il caso era vissuto come fatto unico nella sua assurdità, nel Regno Unito qualcosa del genere era già successo. Anche se non con le stesse modalità. E soprattutto non con la stessa spettacolarità. Di fronte a centinaia di persone.
        - Sono Bob Lindsey, come stai?
        - Vorrei tanto dire “bene”, ma non è così… come saprai abbiamo una brutta gatta da pelare…
        - L’immagino, l’immagino... ci siamo passati anche noi… e non ne siamo ancora venuti a capo.
        - Me lo ricordo, Bob, eccome se lo ricordo. Come fosse adesso!
         Nel gennaio del 2004, alla Royal Opera House di Londra, era stato assassinato un baritono. Tale Alan Bradford di trentanove anni. Alan era stato ucciso nella toilette del suo camerino, trasformatasi in una specie di camera a gas. Prima che possiate lasciarvi andare a battute scontate, ecco cosa accadde. Alan si era ritirato nella toilette, si era seduto sulla tazza e, nel momento in cui aveva tirato l’acqua, una compressa di cianuro,  simile a quella usata per le esecuzioni dei condannati a morte, e una di acido cloridrico erano scivolate nell’acqua. Insieme avevano sprigionato quei vapori letali che ne avevano provocato la morte per asfissia. Preso dal panico, Alan Bradford non era riuscito nemmeno ad aprire la porta. In più, muovendosi in modo scomposto, aveva accelerato l’effetto del veleno. Fu giustiziato apparentemente senza colpa.  Da allora la polizia di Sua Maestà la Regina era ancora nel pallone. Non si era  più ripresa dalla botta. Non era arrivata a niente di concreto. Nonostante tutti i mezzi più sofisticati a disposizione, la matassa sembrava inestricabile.
        - Volevo dirti che se ti serve qualcosa, sono qui, a disposizione. Non vedo analogie col vostro caso. Se non che ci sono due cadaveri eccellenti del bel canto. Ma non ne so abbastanza di quello che è successo lì. Ti ripeto, se vuoi, posso fare un salto e relazionarti sullo  stato dell’arte…
        - Grazie, Bob, ancora no, credo sia prematuro. Appena avremo concluso la prima fase di indagini ti richiamerò… e allora ti vedrò volentieri.
        - Stay in touch!
        - A presto! E grazie per la telefonata.
        Spaggiari era agitato, passava notti insonni. Il giorno lo impiegava tutto a fare domande. Aveva interrogato almeno cinquecento persone. Tanto che la sera a stento reggeva le facce dei familiari, e si fiondava semivestito sotto le lenzuola. Anche la sua matassa sembrava così aggrovigliata da non offrire speranza. Di tanto in tanto si ricordava quando, bambino, in primavera aiutava la nonna, celebre virtuosa dell’uncinetto, a fare di matasse gomitoli. Si sedeva di fronte a lei e le offriva le piccole mani. Lei svolgeva la treccia colorata, gliela sistemava nell’incavo tra pollice e indice di ogni mano, e lui accompagnava con  movimenti  lenti, su e giù, destra sinistra, quel delicato tiro alla fune. Terminato un gomitolo, sotto con un’altra matassa. Aveva così appreso l’arte della pazienza, della precisione, e della solidarietà. Alla fine la nonna lo congedava con un amabile sorriso e dieci lire. Che lui spesso metteva nel salvadanaio per comprarle un piccolo arcolaio di legno.
        Manteneva continui contatti con il comandante Andrea Limiti, capo dei RIS di Parma, per non lasciarsi sfuggire nulla che avrebbe potuto far avanzare le indagini. Nel frattempo, i quotidiani locali e nazionali non perdevano occasione per rimarcare la lentezza con cui si procedeva e la scarsità dei risultati ottenuti, nonostante il così ampio dispiego di forze. La televisione poi, non parliamone. I talk show vomitavano i loro incontenibili fiumi di parole. Sparavano le loro ipotesi più assurde. Uno in particolare, La Finestra sul Cortile, cinque sere la settimana, con morboso penchant indagatore, dibatteva sull’argomento con  dovizia di particolari di dubbio gusto, spesso inventati. E non mancava ogni volta un grande plastico di parti del Teatro Regio, teatro di quel tragico fatto. Non mancava nemmeno una specie di Big Jim, nella parte del cadavere. E una sorta di mini Nosferatu-Lecter, nella parte del fantasma dell’opera. Insomma, quelli non si facevano davvero mancare niente. Fossero arrivati (come era in programma) a mettere in scena il delitto in diretta con attori in carne e ossa,  la grottesca rappresentazione sarebbe stata completa. Era davvero insopportabile. Indegno di un paese civile. Più consono ad una comunità di guardoni o, meglio, di una tribù di cannibali delle miserie umane. Invitato più volte, Spaggiari aveva gentilmente declinato.
        Gli mancava ancora di sentire una quindicina di persone: dieci loggionisti, due imprenditori, un macellaio, un’infermiera, e un professore universitario. Con i primi se la cavò velocemente. Gente schietta, un po’ rude, ma decisamente spontanea. E poi da quella distanza potevano a malapena sentire. Quanto a vedere dettagli che gli sarebbero potuti essere di qualche aiuto era un po’ dura. Il primo imprenditore era un produttore di cardini e cerniere per mobili. Aveva la sua fabbrichetta appena fuori Parma, sulla via per Collecchio. Si presentò in ufficio col suo avvocato, temendo chissàcosa.  Spaggiari spiegò al legale, Dott. Franceschini, che non era proprio il caso lui fosse presente, e invitò l’imprenditore ad accomodarsi da solo. Sarebbe stata questione di pochi minuti. Poco più di una formalità. Il soggetto presentava  un certo interesse solo per un fatto: soffrendo di agorafobia, durante gli intervalli era rimasto seduto in sala. E quindi avrebbe avuto modo di vedere qualcosa. Invece niente. Se ne era stato tutto il tempo a leggere. Il secondo, dal quale dovette recarsi di persona, visti gli impegni che non gli permettevano di lasciare il posto di lavoro, era un allevatore di maiali. Magro, dai tratti raffinati, e dal portamento distinto. Un uomo dai modi molto gentili. Gli animali dei suoi allevamenti, altamente selezionati e ben nutriti, finivano solo nelle case dei buongustai. Sotto forma di salami, prosciutti, spalle, coppe, e culatelli. Tutta roba extra, di prima qualità. Lo accolse da gran signore, gli offri un buon bicchiere di lambrusco “grasparossa” e qualche cicciolo ancora caldo;  una fetta di torta alle mandorle e , per finire in gloria, un bicchierino di nocino fatto in casa. Viaggio ghiotto quanto inutile. L’uomo si era perso il gran finale perché, poco prima, era stato colto da crampi intestinali, ed era corso d’urgenza alla toilette. Un usciere, avendolo notato per l’inopportuna scelta di tempo, confermò l’alibi. Il macellaio era il titolare della macelleria di carne equina di Borgo delle Grazie. Uomo molto ameno che Spaggiari conosceva fin da quando, bambino, lo mandavano a prendere la carne macinata. Si presentò al commissariato tutto trafelato, col volto teso e sguardo più che preoccupato. Entrato nell’ufficio, Spaggiari lo invitò a sedersi e, notata la tensione che contrastava con l’abbondante stazza dell’uomo, gli disse con tono rassicurante: - Giulio, si rilassi… guardi che non è mica qui come sospettato. L’ho solo mandata a chiamare, come altre decine di persone, per chiederle se la sera della Turandot avesse visto… notato qualcosa… che so… un dettaglio, qualsiasi dettaglio che possa aiutarci. Mi risulta che lei fosse nelle prime file...
        - Si, esattamente in quinta fila, sulla destra, all’estremità… sa quando mi trovo a teatro sono talmente preso dall’opera che guardo ma non vedo molto. È come se orecchie e cuore assorbissero gran parte dell’energia del cervello, lasciandone ben poca agli altri organi. In quei momenti l’udito la fa da padrone. Gli occhi servono solo per versare qualche lacrima.
        Giulio Amadasi, ora a suo agio, stava recuperando la solita cera, la consueta parlantina. Se gli avesse lasciato spazio, anche l’abituale verve. Ma Spaggiari non aveva tempo da perdere. Gli era piaciuta molto quella breve e strampalata dissertazione cerebrodinamica, ma era chiaro che l’uomo non aveva visto nulla. Oltretutto i dardi erano partiti da destra, con un’inclinazione di circa 45°. Ed erano stati sparati quando ancora il sipario era in fase di risalita.
        - Ah, già, sulla destra… allora non può certo avere visto molto. 
        - Proprio così, né sul palco, né attorno… né nel foyer, durante gli intervalli. Potrei andare all’opera come i cavalli.
        - E cioè?
        - Col paraocchi. E magari anche gli occhiali da sole!
         Così dicendo sorrise. E Spaggiari con lui. Si lasciarono con una forte stretta di mano. Quanto all’infermiera, niente di ché. O meglio, a sentire lei erano successe tante di quelle cose che uno scrittore avrebbe potuto ricavarci un giallo. Forse uno psicodramma.  La poveretta soffriva di manie di persecuzione. E quindi la sua attendibilità era pressoché zero. Rimaneva il professore Toshiro Kobayashi. Era ordinario di Lingua e letteratura giapponese presso l’Università di Parma e, due volte la settimana, teneva corsi di Letteratura alla Ca’ Foscari.
       
        Erano circa le sette di sera. I corridoi della questura semideserti. Rapidi passi eccheggiarono, carambolando sulle alte pareti. Si fermarono davanti a una porta. Una mano bussò con decisione.
        - Avanti!
        - Permesso?
        - Entri, entri, si accomodi, Professor Kobayashi.
        Toshiro Kobayashi eseguì il classico, scattante e rapido inchino nipponico, cui tanta cinematografia ci ha abituati.
        - Come ha fatto a riconoscermi?
        - Dal colore dei capelli! - Risero entrambi.
        - Come sta professore. Si trova bene a Parma?
        - È una grande, piccola città. La sua gente, la sua storia, i suoi monumenti, la sua piccola Senna… ah, davvero meravigliosa! E poi per me, che sono un inguaribile melomane, è il massimo.  Cosa potrei desiderare di più? Esco di casa ed entro a teatro. Anzi, direi che il teatro è la mia casa. E la lirica gran parte della mia vita.
        - Professor Kobayashi, la sera in cui il povero Borrelli è stato ucciso, lei era in sala, vero?
        - Purtroppo no. Avevo comprato il biglietto… sa, oltretutto era per beneficenza, ma poi un impegno all’ultimo momento mi ha impedito di essere presente.
         - Capisco... che peccato!
         - Si,  avevo un impegno a Venezia che non potevo assolutamente rimandare. Mi è dispiaciuto due volte: la prima per aver perso la Turandot, la seconda per aver perso Borrelli. Perso due volte: la prestazione di quella sera... e soprattutto la sua voce. Perché non si potrà più sentirla. Mai più!  Almeno dal vivo. 
        - Eh sì, davvero una grande perdita. Una triste fine.
        - Sa, da noi si dice che la voce è uno degli specchi dell’anima. Quando la voce s’incrina, lo specchio si rompe. E la voce di Leonida Borrelli, purtroppo, da almeno cinque anni non era più la stessa di una volta. Sempre bella, ma la vetta della montagna si stava inesorabilmente allontanando. E la discesa, si sa, è spesso più insidiosa della salita.
        - Interessante… uhmm... sì, davvero interessante. Si capisce che lei ama la lirica profondamente. Filosoficamente direi.
        - Sì, ma anche appassionatamente, visceralmente, totalmente. Anima e corpo.
        - Senta, professore, io l’avevo chiamata per sapere se avesse visto, notato qualcosa durante… ma a questo punto, dato che lei non c’era, mi sembra inutile e scortese trattenerla ulteriormente. Prima però mi permetta di chiederle una cosa, fare una domanda ad un appassionato, o meglio intenditore e raffinato conoscitore di melodramma, dei suoi protagonisti. Perché, visto che lei seguiva da tempo la carriera di Borrelli... perché uno avrebbe potuto desiderarne la morte? O meglio perché, ammesso di volerlo morto, ucciderlo così “teatralmente”?
        - Me lo sono chiesto anch’io. E mi sono risposto così, la prego di prenderla come l’elucubrazione di un professore melomane e per di più orientale.  In questa morte percepisco insieme rabbia, giustizia, onore, pietà, dignità, e rispetto. Sentimenti, valori e pulsioni che sembrano contrastare, ma allo stesso tempo coesistere. Non mi chieda il perché. Non è un fatto razionale.  Tutti questi sono elementi che si trovano nei samurai, non nella gente comune. E il samurai, quando sente  di non essere più degno, di non meritare più rispetto, si toglie la vita. Da voi, in occidente, un gesto così è  assai raro. È più facile che uno si suicidi per disperazione, perché gli crolla il mondo intorno. Perché non riesce più a far fronte alla rata del Pajero. Alle vacanze a Cortina... Mi scusi, sto divagando.
        - Arrivederci, professor Kobayashi, e grazie per la sua disponibilità. L’accompagno.
         Quella notte Spaggiari continuava a rigirarsi nel letto. Le parole del Professor Kobayashi si agitavano nel suo cervello e rimbalzavano disordinate nel labirinto della mente. Si alzò cercando di non svegliare la moglie e andò alla scrivania, dopo essersi versato un goccetto di alchermes. Purtroppo non aveva trovato altro in giro. Di wiskey e grappa neanche una goccia a spremere le bottiglie. E lì, in stato di semincoscenza, cercava di mettere un po’ d’ordine in testa. Gli suonava strana soprattutto quella tirata di Kobayashi sulla giustizia, la dignità, la rabbia... Il samurai poi cosa c’entrava? Semplici contorsionismi da intellettuale o volevano dire qualcosa? Le aveva dette apposta quelle cose, o gli erano dal sen fuggite sull’onda del discorso? Senza essere venuto a capo di nulla, tornò a letto, nella speranza di prendere sonno.
        La mattina dopo, il capitano Limiti era là, seduto nel suo ufficio. Lo aspettava da circa dieci minuti. Era impaziente. Spaggiari si scusò, ma in realtà non lo aspettava. Era una sorta d’improvvisata, forse dettata da nuovi sviluppi nel caso. Si tolse rapidamente il cappotto e si sedette.
        - A cosa devo questa visita?  Non mi dica che mi sono dimenticato…
        - No, no, sono io che, invece di telefonarle, ho pensato bene di venire di persona. Abbiamo qualcosa di nuovo. Riguarda i piccoli dardi...
        - Impronte digitali?
        - No, magari! solo che non sono in vendita in Italia. Sembra che siano commercializzate solo negli Stati Uniti, in Cina, e Giappone, dove sono prodotti Dalla Mitsubishi Sport Division, più precisamente.
        - Ah, interessante… non so ancora dove ci porterà, ma mi sembra qualcosa. Una tessera di questo puzzle che, ahimè, è ancora agli inizi. La ringrazio, Limiti, lei e la sua equipe, siete sempre molto attenti, scrupolosi e davvero collaborativi. Grazie ancora. Sarà mia premura tenerla informata se ci saranno sviluppi.
        Si alzò di scatto, come tonificato, gli strinse la mano e lo accompagnò all’uscita. Se ne tornò alla scrivania, dopo aver sistemato sulla porta il cartello: Non disturbare se non in caso di catastrofe.
        - Made in Japan, eh! - Sto Giappone cominciava a stuzzicarlo. Non era ancora un indizio, e in ogni caso ne mancavano ancora due per fare una prova. Ma qualcosa gli diceva che non poteva archiviare il fatto come semplice coincidenza. Fece alcune telefonate chiedendo informazioni su Toshiro Kobayashi. Non emerse nulla di rilevante. Forse bisognava solo tenerlo d’occhio. Seguirne i movimenti da vicino. Sembrava un uomo molto intelligente. E non privo di un certo sense of humour. Caratteristica che può rendere un individuo ancor più pericoloso. Decise di farlo personalmente. Verificò le date dei suoi impegni all’Università. Martedì e giovedì andava a Venezia, gli altri giorni teneva le sue lezioni a Parma. Abitava in via Garibaldi, proprio di fronte al Teatro Regio. Conduceva una vita tranquilla. Si recava spesso nella libreria di Via Cavour. E di tanto in tanto nel negozio di musica di Via della Repubblica. Qualche volta al cinema. Seguiva tutta la stagione teatrale del Regio. Con qualche puntata alla Scala, al Regio di Torino, al Verdi di Mantova, e al Carlo Felice di Genova. Faceva lunghe passeggiate al Parco Ducale e sul lungo torrente, dove gli piaceva intrattenersi a guardare le vecchie case sul Parma. Due volte all’anno ritornava in Giappone dai parenti. Di tanto in tanto era ospite presso una famiglia nobile di Soragna. Più che amici aveva tanti conoscenti, che lo stimavano per la sua vasta cultura e la sua passione per la musica. Il melodramma in particolare. Non sembrava avere una doppia vita. Almeno a Parma. Rimaneva Venezia. Decise così di seguirlo  in trasferta.
        
        Quella mattina a Venezia c’era un tempo da lupi. Pioveva che Dio la mandava. Kobayashi abitava in un piccolo appartamento in Calle Capeler, vicino a Ca’ Foscari. Faceva solo un pasto al giorno, la sera, quasi sempre al ristorante dell’Angelo. Due giorni dopo, giovedì, al Teatro La Fenice si dava Un Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi. Chissà se il professore si sarebbe lasciato sfuggire quell’occasione? Spaggiari decise di fare un salto al botteghino, per vedere se c’era una prenotazione a suo nome. In effetti era così. Kobayashi aveva acquistato un biglietto via Internet. Questo ancora non significava niente. Non faceva che confermare la sua passione. Mercoledì avrebbe dovuto essere a Parma e invece, dopo una lezione all’Università, Kobayashi si recò al Conservatorio e ne uscì, un’ora dopo, con un pacchetto sottobraccio. Rientrò a casa. E la sera cenò al solito ristorante. Giovedì Spaggiari, perso un po’ nel labirinto delle calli,  girò a vuoto per circa due ore. Lo ritrovò che rientrava in casa. Da dove uscì  verso le 19.30  per recarsi alla Fenice.
        Il teatro era stracolmo. Il pubblico splendido. Palchi, loggione e platea vibravano nell’attesa dell’inizio. Ultimi accordi e via! Voci e note riempirono la sala. Primo, secondo, e terzo atto. Tranne qualche incertezza, tutto filò più che liscio. Alla fine, cantanti e orchestrali furono salutati da uno scroscio di calorosi applausi. Calato definitivamente il sipario, interpreti e comparse si ritirarono nei loro camerini. Il baritono Claudio Adinolfi trovò, nel suo, un locandina con un messaggio scritto a mano dal tono assai inquietante. In bilico tra minaccia, avvertimento, ed esortazione: Stavolta l’hai scampata bella! C’è mancato un pelo. Nel secondo atto la morte ti è passata vicino. Quando la voce s’incrina… un artista deve tirare le conseguenze. Un consiglio: non sfidare troppo la sorte!  Spaggiari, attirato dal trambusto creato dalle grida di Adinolfi, si era precipitato in camerino e aveva letto il messaggio, si era qualificato e, d’accordo con il commissario della Questura di Venezia, aveva riavvolto la locandina, e  in fretta e furia era risalito in macchina alla volta di Parma. Guidò tutta la notte sotto la pioggia battente.  Alle prime luci dell’alba si fiondò in ufficio, chiamò Limiti, e gli mostrò la locandina.  Si accordarono per rilevarne eventuali impronte e sottoporre a periti calligrafi e psicologi il messaggio. Niente impronte, tono e contenuto non erano morbosi e maniacali come di regola; quanto alla calligrafia non corrispondeva con quella di Kobayashi. Mancava solo il rapporto dell’ultimo perito, il Dott. Giulio Rossi. Questi arrivò verso mezzogiorno. Era un giovanotto di non più di 25 anni, alle prime armi. Entrò nell’ufficio, salutò con tono gioviale, e venne subito al punto senza tanti preamboli.
        - La calligrafia non corrisponde, ma…
        - Ma cosa? - interruppe Spaggiari.
        - Vedete, per farla breve, i giapponesi possono scrivere dall’alto in basso o viceversa. Da sinistra a destra o da destra a sinistra. Possono scegliere tra due alfabeti sillabici o utilizzare ideogrammi. Insomma tutto questo, ad una osservazione attenta, si riflette anche quando scrivono in un’altra lingua. Come l’italiano, per esempio… e…
        - Cazzo!Cazzo!Cazzo! - Esclamò Spaggiari, mentre Limiti non poté trattenere un sorriso.
        - Andate a prendere Kobayashi.! - Poi ci ripensò. Intimò il dietrofront.
        - Anzi no, l’individuo e troppo intelligente, devo cucinarlo a fuoco lento. Devo farlo cantare… liricamente.
        Era euforico e teso nello stesso tempo. Doveva trovare il modo per farlo cadere in trappola. Non doveva affrontarlo di petto. Ma come? Non aveva prove in mano che collegassero Kobayashi al caso del Regio. Inoltre, quella sera il professore non era presente. E probabilmente aveva un alibi di ferro. Tutt’al più poteva accusarlo per la locandina della Fenice. Ma di cosa? Di minacce? Col rischio di metterlo sul chivalà e mandare un killer in prepensionamento. E poi il caso sarebbe passato alla Questura di Venezia. La notte avrebbe portato consiglio. Per precauzione mise pattuglie alla stazione. Ai caselli delle autostrade. All’aeroporto. E ovunque Kobayashi avrebbe potuto tentare la fuga, nel caso il suo settimo senso orientale gli avesse fatto mangiare la foglia, e consigliato di tagliare la corda.
        Quella notte, stranamente, dormì della grossa. Il mattino seguente si sentiva in splendida forma. La partita stava per avere inizio. Mentre Kobayashi era lì per arrivare, una pattuglia con tanto di mandato di perquisizione  strappato a forza al magistrato, più un nucleo del RIS, erano diretti a casa del professore. L’appuntato entrò nell’ufficio di Spaggiari e annunciò che il professor Toshiro Kobayaski stava aspettando fuori.
        - Fallo accomodare, poi chiudi bene la porta, grazie!
        Kobayashi, con la sua solita aria aperta e gioviale, con quel leggero sorriso di chi è sempre pronto alla battuta sagace e ad affrontare le cose con calma e ironia, entrò e accennò un inchino con il busto.
        - Buongiorno, Dottor Spaggiari.
        - Buongiorno a lei, Professor Kobayashi, si accomodi, prego… gradisce qualcosa?
        - Un caffè, grazie!
        Spaggiari cercava di mantenere un tono disteso, come la prima volta. E guadagnare tempo, in attesa di notizie da casa del professore.
        - Professore, l’ho disturbata perché, non ci crederà, ma ho bisogno di una piccola consulenza. Naturalmente può dirmi di no, visto che è una cosa fuori… ma gradirei molto la sua collaborazione.
        Così dicendo, estrasse da un contenitore di plastica la locandina recuperata alla Fenice. Kobayashi la notò immediatamente, ma né volto né voce  lasciarono trasparire reazione alcuna.
        - Ma certo! Sono a sua disposizione. Spero solo di essere all’altezza!
        - Vede questa locandina…
        - Certo, la riconosco, giovedì ero alla Fenice. Mica potevo perdermi Il Ballo in Maschera.
        - Ah, mi dicono che il tenore era in gran serata!
        - Abbastanza… abbastanza...
        - Lei è sempre molto esigente. Ma certo conosce la materia meglio di tanti altri. Senta, professore, le volevo chiedere… lei saprebbe dire se il modo di scrivere può in qualche modo rivelare l’origine di…
        A questo punto i due sguardi si incontrarono. Rimasero così per quasi un minuto, nel più assoluto silenzio. Erano entrambi sguardi rilassati. Brillanti, profondi, e penetranti nello stesso tempo. Ma, sotto sotto, nascondevano pensieri opposti. “E bravo, il mio commissario, sveglio e acuto… non mi sarei aspettato tanto da un figlio della provincia. ” “Vai, vai Kobayashi, la catena è lunga. Approfittane. Fai sfoggio di tutto il tuo sangue freddo. Esibisci il tuo senso di superiorità, ma vedrai che alla fine…”
        -… le stavo dicendo… si può, per esempio, capire se uno abituato a scrivere in una certa lingua trasferisce qualcosa nel momento in cui scrive in un’altra?
        - Penso di sì, non certo ad una analisi superficiale. Per esempio se un cinese, abituato a scrivere da destra a sinistra, comincia a scrivere in italiano e in senso inverso, anche dopo anni la sua scrittura, ad un bravo perito, rivelerà tracce della sua origine. Almeno per grandi linee. Forse il perito non sarà in grado di definirne con esattezza la nazionalità. Ma senza dubbio potrà affermare che viene dall’Oriente.
        In quell’esatto momento, l’appuntato entrò e parlò all’orecchio del commissario. Spaggiari si scusò con Kobayashi, dicendo che doveva assentarsi per una questione urgente. Prima di uscire, premette un pulsante sulla scrivania. Toshiro Kobayashi rimase seduto. Immobile. Sempre con la stessa espressione sul volto, le labbra velate da un sorriso. Bloccò lo sguardo in un punto della parete e non lo mosse più fino al ritorno del commissario. Intanto, fuori, Spaggiari era al telefono con il comandante Limiti.
        - Spaggiari, ci sono novità! Qui abbiamo trovato, su di un supporto di avorio, sullo scaffale della libreria, cinque cerbottane. Sembrano tailandesi. Ma stia a sentire, adesso viene il bello: tre sono state usate di recente. Stiamo verificando se all’interno ci sono tracce dei dardi… la richiamerò al più presto!
        - Tombola! - esultò Spaggiari e, quasi saltellando, se ne tornò nel suo ufficio. Fece appena in tempo a premere di nuovo quel tasto per riavviare il registratore nascosto nel cassetto che… ecco il colpo di scena!
        Le cose precipitarono per Kobayashi, mentre presero a correre verso il traguardo per Spaggiari.
        - E bravo il mio commissario. Sapevo che avevo a che fare con una persona intelligente. Quando poi l’intelligenza si sposa alla sensibilità e all’ironia... è il massimo! E lei mi ha davvero sorpreso. Poco alla volta, con quella sua aria cordiale... bravo! - Dopo una breve pausa, proseguì: - Sì, sono stato io. Sono io l’autore, anche se non la causa, della dipartita del compianto Borrelli. Mi sono sostituito al destino. Mi sono fatto interprete di uno stato di malessere. Di una condizione umana precaria. Destinata di certo a sfociare in una grave crisi. E, presto o tardi, con ogni probabilità, in un dramma.
        Spaggiari lo guardava senza mostrare nessuna sorpresa. E senza interromperlo.
        - Borrelli, insieme alla voce, stava per perdere una cosa ben più importante, almeno per noi giapponesi… o meglio per me, che discendo da un samurai: la dignità, l’onore. Compresi gli onori del successo. Forse voi, in Italia non potete capirlo, ma lei sì, lo so che mi capisce, l’ho percepito fin dall’inizio, dal primo incontro. Un samurai quando perdeva l’onore si toglieva la vita. Io mi sono solo sostituito alla mano di Borrelli. Ma io so che lui non avrebbe sopportato, come una volta ebbe a dirmi, la senescenza vocale. Il declino della voce. Anche se lento e, all’inizio, quasi impercettibile. Uno come lui no… non l’avrebbe proprio sopportato. Uno che aveva raggiunto i vertici, che aveva mandato in visibilio le platee di tutto il mondo… non oggi, ma forse tra qualche anno, sarebbe arrivato a togliersi la vita. Gli ho solo risparmiato l’umiliazione del declino. E gli ho regalato una fine degna. Per certi versi gloriosa. Senza dubbio spettacolare.
        Spaggiari non disse nulla. Non c’era niente da dire. Stette li, immobile, ad ascoltare come Kobayashi aveva compiuto il delitto. Questo non avrebbe proprio potuto immaginarselo. Un’opera degna di un Fantasma dell’opera. Di un cyborg del melodramma.
        Kobayashi era riuscito a sistemare, all’interno della bocchetta di climatizzazione, sul lato destro del palcoscenico, un congegno tanto infernale, quanto geniale nella sua assurda, complessa  architettura e micidiale precisione. La macchina era così concepita. Un computer portatile, dotato di uno speciale programma, monitorava e analizzava costantemente l’esecuzione in diretta, e la confrontava con una esecuzione preregistrata e perfetta. Alla fine, se l’esecuzione non fosse stata tale da combaciare con quella di riferimento, il computer avrebbe mandato un impulso al meccanismo che comprendeva le tre cerbottane, alla cui estremità inferiore erano collegate le bombolette di green gas e relative valvole, relé, e timer. Un sistema elettronico di puntamento, guidato da un raggio laser invisibile, e reso infallibile da una fonte di calore come il corpo umano, avrebbe fatto il resto. Una volta agganciato il bersaglio non c’era scampo. Nemmeno per una mosca. E così avvenne quella drammatica sera. Il giorno dopo, entrando da una porticina, sulla sinistra del teatro, senza farsi notare, Kobayashi si infilò nel condotto dell’aria e smontò tutto. Prima che il RIS avesse il tempo di stabilire il punto esatto da dove erano partiti i tre dardi. Tutto il resto lo conoscete già.
        Quello che non sapete é che Il professor Toshiro Kobayashi, in cella, in attesa del processo, fu fedele a se stesso. Si comportò come un antico samurai. Anche se, in assenza di una Katana, dovette provvedere altrimenti. Aveva richiesto un piccolo CD player per ascoltare la musica. Una mattina lo trovarono a terra, riverso sul fianco destro, con le gambe flesse, come chi era stato a lungo in ginocchio. Giaceva in un lago di sangue. Si era tagliato le vene dei polsi, dopo aver sfregato un CD a lungo contro la parete per renderne il bordo più tagliente. Stava a torso nudo. La testa era cinta da una fascia ricavata dalla sua T-shirt. Il volto non tradiva nessun sentimento. Né indifferenza, né odio, né rimpianto, né timore della morte. Solo un leggero sorriso sulle labbra. Il CD era quello della Turandot, interpretata magistralmente da Borrelli nel 1999, alla Scala di Milano.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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Published on e-Stories.org on 02/10/2015.

 

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