Gabriele Zarotti

Lo Scettro Invisibile.




( Se non avete di meglio da fare, immaginate per un momento di governare il mondo. Pare sia un’esperienza unica.)
 
         
        Con una punta di compiacimento, accompagnata da un sorriso appena sfumato, Alfredo tolse la mantellina, disegnò un’ampia voluta nell’aria, come fosse una muleta, e la lasciò cadere sul ripiano di marmo rosa. Poi, preso lo specchio con entrambe le mani, panoramicò a rallentatore da sinistra a destra e ritorno, in modo che gli occhi potessero fermarsi su ogni  dettaglio.
Mr. G, seduto sulla vecchia Koken di cuoio consunto e pedana in ottone massiccio, che si diceva avesse ospitato anche il deretano di Albert Anastasia nel giorno della sua scoppiettante dipartita, fece un cenno di approvazione, si alzò, gli strinse la mano augurandogli una buona giornata, infilò la porta e - tra effluvi d’acqua di colonia - sparì  come teletrasportato  in qualche angolo dello sterminato palazzo.
       
        Alfredo Lucchesi, americano di terza generazione, era figlio d’arte: suo nonno  e suo padre avevano esercitato la professione prima in una barbieria di Little Italy, poi nel saloon di un importante hotel di Midtown. Lui, pur continuando la tradizione di famiglia, dopo aver frequentato la scuola per parrucchieri di Londra, aveva trovato più appagante fare il free lance: barbiere a domicilio. Di fiducia, aggiungiamo noi. Talmente fidato che annoverava fra i suoi clienti solo uomini ricchissimi, i cui nomi venivano a malapena sussurrati nelle ristrette élite economico-finanziarie del globo. Uomini che non amavano far parlare di sé. Tanto influenti da non essere sfiorati neanche lontanamente da stampa e televisione. Alcuni, con ogni probabilità, non figuravano neppure all’anagrafe.
        Alfredo non aveva fissa dimora, o meglio, per averla l’aveva, solo che  trovarlo in casa era come vincere un terno al lotto. Correva da una città all’altra. Da un continente all’altro. Lo chiamavano: il barbiere volante. Il mattino a New York, il pomeriggio a Parigi. Una sera era a Berlino, il mattino dopo a Mosca. Un pomeriggio a Pechino, la notte a Tokio. Sempre pronto alla chiamata. In servizio permanente effettivo per almeno trecentosessanta giorni all’anno. Considerato che il Natale lo passava in famiglia, come esigeva la sacra tradizione italica.
        A volte si trovava embedded al seguito di qualche potente, in riunioni planetarie dove si discuteva di massimi sistemi. Come i meeting del Bilderberg club, i workshop dell’Aspen Institute, i summit della Commissione Trilateral, o le convention sul Riscaldamento del Pianeta, lo Sviluppo Sostenibile, il Commercio delle Armi e altra roba del genere. Occasioni che contribuivano ad aumentare la sua fama, ma che lui catalogava nella serie “noia mortale”. Anche perché la trasferta era capace di durare più giorni, durante i quali gli capitava spesso di stare chiuso in camera  a girarsi i pollici. Alfredo era un uomo semplice: in mezzo a quei pezzi da novanta era come un pesce fuor d’acqua. Non sapeva mai con chi scambiare quattro chiacchiere. Anche se in fondo era un’anima solitaria. Tanto che, nei pochi momenti che riusciva a ritagliarsi fra uno spostamento e l’altro, saliva in macchina e correva a pescare in un laghetto che gli ricordava Il Walden Pond. Posto magico frequentato da bambino. Mitico riferimento entrato nell’immaginario collettivo per aver ospitato e ispirato David Thoreau, filosofo, poeta, e contestatore ante litteram. In realtà la pesca era solo un pretesto. Infatti, dopo aver sistemato le canne, ingannava l’attesa di un abbocco leggendo libri. Cosa che lo rilassava molto più di un massaggio ayurvedico su di una spiaggia deserta.
                                                       
 
                                                                                                              §
 
       
        Jeremy Dalton, aveva appena terminato di correggere il suo pezzo. Come d’abitudine, prima di far cadere l’indice con gesto enfatico e espressione di compiacimento sul tasto invio, avvicinò entrambe le mani alla bocca, soffiò dentro la cavità tra i due pollici, modulò il suono alzando e abbassando in successione le dita - come stringesse un’ocarina - mentre le note  d’attacco  di  Per un pugno di dollari  inondavano  la redazione.
Chi scrollò la testa. Chi lanciò gli occhi al cielo. Chi accennò un sorrisetto di compatimento. Qualcuno, più reattivo, recuperò dei fogli e, dopo averne fatto una palla,  gliela lanciò contro mancando il bersaglio.
Subito dopo il folcloristico stacchetto musicale, arrivò il grugnito del capo redattore che lo invitava a raggiungerlo nel suo ufficio.
 

-  È sparita una ragazza di ventun anni, studentessa di Scienze Politiche  alla Columbia
-  Baciami il culo! Com’era, carina?
-  Un uccellino mi ha detto che potrebbe esserci sotto qualcosa di grosso: un rapimento! Anche se, per ora, nessuno ha rivendicato il fatto.
   Né chiesto riscatto. La polizia è abbottonata come una suora di clausura. E pare che CIA, FBI, più altri sette o otto acronimi del  cazzo
   siano in grande sbattito. Tutti presi a stendere cortine fumogene attorno al caso. Neanche si trattasse di un affare di stato.
   Non voglio insegnarti il mestiere, ma la prima cosa da fare è precipitarsi dal professor Kaczinsky, incaricato della cattedra di geopolitica.
   La ragazza era una delle sue assistenti…lui di certo…
 - Capisco…lascia fare…sarò più rapido di una scorreggia…volevo dire  un  fulmine!
 -  E, mi raccomando, prudenza. Non sollevare troppa polvere…
 
         The Daily Quest era un piccolo quotidiano con un posizionamento tutto suo.  Di nicchia, direbbero quei cervelloni del marketing. Il motto, in bella mostra su di una luccicante targa di ottone all’entrata della redazione, diceva con fierezza: Non molliamo mai l’osso. A indicare che gli argomenti importanti non venivano mai messi in naftalina. Sempre sotto osservazione, come fossero ferite. Ogni giorno il lettore era tenuto al corrente dei progressi. Costantemente. Ci fossero tanti o pochi sviluppi. Il fatto durasse una settimana, un mese, un anno, o una vita. Fino a quando la ferita non era completamente rimarginata. Si trattava di un giornalismo investigativo, se preferite d’inchiesta, che richiedeva indagini caparbie, costanti e minuziose. E non comuni doti intuitive, unite a un fiuto da consumato detective. Fin dalla fondazione, la filosofia della proprietà era stata: poche notizie, ma sempre in pagina. Ogni giorno. Fino alla fine.
         Jeremy tornò alla sua postazione, spense il computer, infilò la giacca, e uscì a razzo. Appena in strada, lanciò un’occhiata all’orologio all’angolo, e controllò quanto gli era rimasto nel portafogli. Mentre si dirigeva verso la Subway, notò sulla parete cieca di un palazzo a cinque piani una gigantesca scritta: GIU’ LE MANI DAL MONDO! BASTARDI! Non era la prima volta. Ma non si era ancora soffermato a riflettere a chi alludesse di preciso.  O chi ne fosse l’autore. Quanto alla gente ormai, dopo la sbornia di tutti quei movimenti come il No Global, No Logo, Occupy Wall Street, Greenpeace, Bono, Wikileaks, Le Primavere arabe, Le Riot Grrrls e compagnia, passava via senza farci caso. Ogni giorno più apatica e ripiegata in se stessa. Non fece in tempo a fare dieci passi che sparì, inghiottito nelle profondità della Northern Boulevard Station, destinazione Columbia.
 
                                                           
                                                                                                        §
 
 
-   Vuoi sapere quale sarà Il nuovo ordine mondiale in parole povere? Adesso ti accontento…uhhh …tu non lo sai, ma stai invitando un’oca
    a   bere…a proposito, vuoi un goccetto…non fare complimenti … diciamo che ci sono due grossi sommovimenti in atto nel mondo:
    uno  riguarda i paesi sviluppati, l’altro quelli socialmente arretrati. In particolare islamici. Il primo prevede di fermare il processo
    di  democratizzazione con la trasformazione delle nazioni in un insieme di feudi, con a capo dei  funzionari. 
    Dei b u r o c r a t i, insomma! Presidenti,   primi ministri, premier - chiamali come vuoi, tanto non fa differenza, nominati manovrati
    a distanza, spesso a loro insaputa, da pochi plutocrati. Gente senza patria. Membri di una consorteria sovranazionale, legata solo
    da interessi economico finanziari, che, indisturbata, cerca di indirizzare politica ed economia in tutto il globo. In questi territori chiamati
    ancora “nazioni” per carità di patria, ma in realtà ridotti a “contee”, i funzionari governano per conto di questa ristretta cerchia di megaricchi,
    in nome di una pseudodemocrazia di facciata, sopra una marea di sudditi…, diciamo pure di gonzi, ben pasciuti. Il processo
    va subdolamente  avanti da almeno trent’anni. Innescato da una crisi economica di carattere doloso, grazie  all’affermazione
    e santificazione di un liberismo allo stato puro, insieme a una raffinata propaganda diffusa da media sempre più globalizzati e asserviti.
    Obiettivo: far tornare nelle tasche del grande capitale una parte di quel 20-30% di reddito nazionale andato alla classe media,
    durante il trentennio cinquanta/settanta. E, contemporaneamente, assicurare la pace sociale, anestetizzando le masse. Così da rendere
    la democrazia sempre più un guscio vuoto, buono solo per nostalgici in via d’estinzione come chi ti sta parlando. In ogni caso   
    elemento non fondamentale per il benessere e quindi non appartenente alla categoria delle cose desiderabili. Né degno di impegno
    o partecipazione. Figuriamoci poi di lotta! D’altronde, non si dice: pancia piena non fa rivoluzione?
    Sei ancora con me, mi segui?
    Il secondo sommovimento, che riguarda soprattutto Medio Oriente e Nord Africa, è teso, invece, al controllo del territorio e delle
    risorse naturali attraverso un pugno di dittature, e soprattutto il foraggiamento di un braccio armato, il califfato - l’ISIS - le cui milizie 
    tutto  travolgono senza colpo ferire  nel nome di Allah, ma per conto terzi.  In ogni caso, anche volendo, gli eserciti dei paesi occidentali,  
    perso il sacro furor patrio e mentalmente imbolsiti dal lungo benessere, non hanno più nessuna motivazione a  combattere.
    Nemmeno il denaro. Così fede e terrore battono la moneta, come la carta avvolge il sasso…
 
Qui il professor Kaczinsky sentì il bisogno di accompagnare la frase stringendo il pugno con tale energia che sembrò stesse rompendo una noce del Brasile.
 
-  … In questo modo, prima che il secolo si chiuda, il mondo sarà diviso in due blocchi. Da una parte un’area composta da territori e
   genti tenute  a bada da un manipolo di “sceriffi”; dall’altra un’unica grande area monarchico integralista. Il tutto inserito in una sorta
   di nuovo   feudalesimo sotto l’occhio, vigile ma discreto, di una oligarchia senza castello, né identità.  Un impero fondato sul profitto.
   In culo al  diritto e alla sovranità popolare. E adesso, se vuoi, ridi, ridi pure.., cosa aspetti, fatti una bella risata, da farti scoppiare le carotidi ...    
   ho la gola secca…ma tu non eri venuto per questo,  vero?”
 
        Il professor Kaczinsky, docente della facoltà di Scienze Politiche alla Columbia, sessantasette anni ben portati, sguardo stralunato da Ritorno al Futuro, era stato studente della stessa università proprio negli anni della contestazione del ‘68. Un po’ Chomsky, un po’ Rifkin, dopo il dottorato aveva preso una laurea in giornalismo. Geneticamente democratico, come amava definirsi lui stesso, con buona dose di ironia, nel 1995 era stato chiamato a far parte di un gruppo di studio sullo stato della democrazia nel mondo dal presidente Clinton in persona. Anche se in genere non amava avere committenti. E soprattutto non voleva essere catalogato in nessun partito: solo così riteneva di poter esprimere al meglio la sua passione civile.
Lo sproloquio che vi ho appena riportato è in pratica la sinossi dell’opera che stava per dare finalmente alle stampe dopo anni di duro lavoro e macerazione: Il Fantasma della Democrazia. Ma siccome fremeva d’impazienza, ogni volta che si presentava l’occasione, coglieva la palla al balzo per esporre il suo ardito teorema. Con tutto quel repertorio di idee così estreme. E poi lo divertiva da matti vedere la reazione. A volte di incredulità. A volte di sbigottimento. Spesso di commiserazione. Quando Jeremy gli aveva telefonato per chiedergli un incontro, non gli era sembrato vero: aveva trovato un’altra vittima. Cosa non frequente. Perché con i suoi allievi era sempre molto cauto. Voleva che ognuno tirasse le conclusioni per conto suo. Che  sviluppasse il proprio senso critico. Finché poteva. E non veniva, come lui stesso amava sottolineare con gesto rapido della mano: risucchiato dal sistema.
 
 
-  Molto interessante, professore, anche se in effetti sono venuto per parlare della scomparsa della sua assistente, per cercare di capire
   se è di semplice scomparsa che si tratta o…      
-   E tu pensi che quello che ti ho appena detto non abbia niente a che  vedere?   
-   In che senso? 
-   Potrebbe, per esempio, in via del tutto ipotetica…
 
In quel mentre, Kaczinsky portò l’indice al naso e fece cenno con la testa di seguirlo nei gabinetti.
 
-  … vorrei sbagliarmi ma temo proprio l’abbiano rapita per convincermi a desistere dalla pubblicazione…sai, è un argomento che scotta.
    In certi ambienti si preferisce non venga toccato.
-   Governo?
-   Mmmh…più su, dove c’è il vero potere…pensa ai fratelli in gonnellino, pardon, col grembiulino, per esempio.
    Sono secoli che, invece di farsi i cazzi loro, influenzano le nostre vite…ma non solo loro…la mafia internazionale,
    il diavolo stesso in persona, visto che oggi pure lui viaggia in incognito e veste Armani…meglio non aggiungere altro per il momento…
    forse ci sono orecchi anche nelle latrine. E se ci fossero pure gli occhi, cazzi loro! Che possano essere accecati, sti guardoni!
 
         A questo punto Jeremy si rese conto che di più al professore non sarebbe riuscito a spremere. Almeno in quell’occasione. Fra quelle mura.
In ogni caso, come ipotesi, anche se un tantino osé, non era poi così strampalata. Ragion per cui, dopo averlo ringraziato,  alzò i tacchi.
                                                     
 
                                                                                                                §
                                                              
        
                                                                                           “ Sei proprio un senza palle  
                                                                                        Mi fai pena, sembri un bambino
                                                                                                Basta  un lecca-lecca
                                                                                                   Per tenerti buono
                                                                                          La tua coscienza è atrofizzata
                                                                                                 Come la tua tiroide
                                                                                            La tua voglia di partecipare                                            
                                                                                                  Totalmente assente
                                                                                                  Ti lanciano un osso
                                                                                             E  scodinzoli come un cane
                                                                                           Una casetta con giardino e box
                                                                                                L’IPhone, L’IPod,  l’IPad
                                                                                       Una macchinetta per il fine settimana
                                                                                                 Quattro soldi in banca
                                                                                                 Per te il mondo intero
                                                                                              Può andare a farsi fottere.
                                                                                                       Continua così
                                                                                          Coraggioso figlio di tanto Paese
                                                                                         Dormi, dormi il sonno dei coglioni
                                                                                        Mentre loro te la fanno sotto il naso
                                                                                        Ridendo a crepapelle alle tue spalle
                                                                                 Sei proprio uno stupido egoista senza palle
                                                                                                Un aborto dell’umanità”
                                                                                                      Non meriti altro
                                                                                             Che te lo schiaffino in culo!
 
 
        Mentre con voce roca e piena di rabbia, la ragazza, agitando in aria il tamburello, lanciava addosso ai pochi astanti queste parole come fossero pietre, un giovane magro come un chiodo l’accompagnava ispirato con chitarra e armonica. In sottofondo, il rapido alternarsi e sovrapporsi dello stridore e sferragliare dei treni, mescolato agli annunci sparati dagli altoparlanti e lo sciamare della folla, produceva effetti simili alla tarantolata mano di un DJ su una superdotata consolle.
        Jeremy rimase lì ad ascoltare fino alla fine. Prima calamitato dall’intensità selvaggia di quella voce, poi, a poco a poco, dalle parole, che all’improvviso collegò a quelle del professor Kaczynski, e alla scritta che aveva catturato la sua attenzione, la mattina, appena uscito dal Daily Quest. Adesso anche quel graffito acquistava un senso. Anche se, come nelle enigmistiche, mancavano ancora parecchi puntini, per cogliere il disegno complessivo. Dunque, lo spirito critico era ancora vivo? C’era qualcuno che nella narcosi generale riusciva a cogliere i segni della degenerazione in atto, e tentava di scuotere gli animi a suon di ceffoni?  C’era ancora uno straccio di speranza?  Magari Dio, dopo essere stato chiamato tante volte a benedire l’America, si era dato una mossa e adesso cercava disperatamente di salvarla! E con lei il mondo intero.
        Arrivò a casa che era buio. Appena dentro, fu accolto dall’occhieggiare intermittente della segreteria telefonica. C’erano due messaggi. Uno della sua ragazza, l’altro del professor Kaczynski. Dal tono, non sembrava lui. Non aveva nulla della sicurezza dimostrata durante il loro breve incontro. La voce sembrava rotta da un cocktail di alcol e disperazione - …hanno ucciso Molotov quei bastardi! Il mio Molotov, l’essere più generoso e pacifico del mondo.
        Il mattino dopo, verso le otto, Jeremy andò a casa del professore, al Greenwich Village. Veniva un’acqua che Dio la mandava, perciò entrò nell’appartamento, al secondo piano dell’edificio, inzuppato dalla testa ai piedi. C’era la polizia. Sangue dappertutto: sul pavimento, sulle pareti, sui soffitti. Non era stato risparmiato neanche il ripostiglio. Sparsi un po’ qui un po’ là, i resti di un animale di grosse dimensioni. Prima sventrato e poi fatto a pezzi. Arrivato alla testa, in bella mostra su di un libro nello studio, Jeremy realizzò che Molotov era un cane.
        Il granguignolesco crimine, esclusa la pista del vendicatore folle - in un primo momento avvalorata da un delirante messaggio sulla parete - aveva, stando agli investigatori, un’impronta mafiosa. Volutamente mafiosa. Perfino troppo, secondo Jeremy.
 
 
                                                                                                                 §
 
 
        Grazie ai buoni uffici del suo capo, Jeremy era riuscito a procurarsi un appuntamento con un giudice di Washington, tale Hugh Mecham. Una vera autorità nel suo campo. Negli ultimi vent’anni aveva operato presso il Tribunale per i Ricorsi, in una delle Corti d’Appello Regionali del Paese, e nella Corte del Circuito Federale. Infine, candidato alla Corte Suprema, era stato bruciato sul filo di lana da un magistrato - dicevano le malelingue - più malleabile. Dopo questo smacco, una vera e propria doccia fredda, aveva deciso di ritirarsi, appena sessantottenne. Questo per quanto riguardava il curriculum, ma la cosa interessante, per la quale Jeremy aveva sollecitato l’incontro, stava nel fatto che Mecham era un fratello massone. Mica uno qualsiasi. No, uno di quelli che stanno  su, in alto, al vertice. A dar retta alle voci: un Sublime Principe del Real Segreto. Uno di quelli che avevano la responsabilità di gestire la giustizia, la ritualità, l’ordine all’interno di una delle logge più prestigiose e influenti d’America, la…
        Arrivò a casa del giudice che erano le dieci di sera, dopo circa un’ora di volo. Suonò alla porta della villa. Appena si aprì, Jeremy non riuscì a nascondere la sorpresa, poi, ripresosi, soffocò a stento una risata. Si sarebbe immaginato di tutto: dal sussiegoso maggiordomo inglese, al classico nero emancipato in livrea. La sua fervida immaginazione avrebbe perfino potuto prefigurarsi un mulatto sculettante, tipo Cage au Folles. Ma che ad aprire fosse un bellissimo esemplare di scimpanzè, questo proprio non se lo sarebbe aspettato. Appena l’animale si accorse del suo stupore, lo ricambiò con uno sguardo di sufficienza misto a commiserazione. Poi gli fece cenno con la mano di seguirlo rapido, senza tante storie.
Fu introdotto in un grande studio che, insieme alla scontata miriade di volumi - un classico, pensando alla professione del padrone di casa - accoglieva anche una serie di oggetti meno consueti, tra cui spiccava un’enorme pietra di granito su di un altrettanto imponente piedistallo di acciaio.
         
-  Quella pietra risale all’ottavo secolo dopo Cristo … 

        Con questa frase destinata ad avere un certo effetto, soprattutto in un paese dalla storia corta come gli Stati Uniti, si materializzo, alle spalle di Jeremy, il giudice Mecham, un uomo di statura media, che ricordava vagamente Spencer Tracy.
     
-  … viene dalla Francia, dalla Cattedrale di Notre Dame de Laon, madre di tutte le cattedrali gotiche europee. Sarebbe dovuta servire,
   insieme  ad altre, come pietra angolare per edificare la sesta delle sette torri campanarie previste nel progetto originale. Poi, non so
   perché,  se ne fecero solo cinque. Se osserva bene, sul lato destro, in basso, vi potrà scorgere, scolpiti, un compasso rovesciato
   con  sovrapposta una squadra e un numero. Probabilmente una firma dell’ultima muratorìa che aveva lavorato alla cattedrale.
 -  Un pezzo notevole. In tutti i sensi.  

        Commentò Jeremy, accompagnando la frase con un ampio, inequivocabile, gesto delle mani. Il giudice sorrise e gli fece segno di accomodarsi vicino al grande camino, che  proiettava ombre  tremule tutt’ intorno, come un video surround.
 
-  Vuole assaggiare un cognac Grand Champagne…di quelli “artigianali”?
-  Perché no…non capita tutti i giorni…
-  Vai pure, Woody, adesso possiamo cavarcela da soli, grazie. Buonanotte! - poi rivolgendosi all’ospite - Vede, ogni volta che Frank,
     il maggiordomo, è in libera uscita, Woody si diverte come un matto a prendere il suo posto. E io lo lascio fare. Pensi, l’ho adottato
     che era  piccolo così, salvandolo da morte sicura. E’ un essere non solo intelligente ma, cosa ancor più rara, dotato di un grande
     sense of humour, e soprattutto di una sottile ironia. E l’ironia, insieme alla musica, è il miglior antidoto ai veleni della società.
      Lui stesso ha scelto il suo nome. Una volta, sfogliando una rivista, si è fermato davanti alla foto di Woody Allen mentre girava “Manhattan”
      e me lo ha indicato col dito, mentre con l’altra mano si toccava ripetutamente il petto, facendomi capire che quello doveva essere
      il suo  nome. Ma veniamo al tema della serata. Cosa le interessa sapere, di preciso, riguardo alla Massoneria… che non si trovi già
      sui libri di esoterismo, naturalmente?
-  Prima di tutto il ruolo della Massoneria nella società d’oggi. Chi meglio di lei… e poi, anche se so che ogni massone è tenuto ad
    una certa segretezza, cos’è cambiato nelle logge negli ultimi trent’anni? Che aria tira nell’ambiente… se ne sentono di tutti i colori al proposito.
-  Noccioline, insomma. Dunque, vedrò di accontentarla, senza venir meno al mio giuramento. Che ne dice del cognac?
-  Nettare per Dei…davvero super!
-  Fin dalle sue origini, come saprà, la Massoneria moderna ha guardato ben oltre i confini nazionali. La sua principale missione
   e ambizione è stata: governare il caos del mondo. Nonostante le logge nazionali, il suo sguardo ha sempre spaziato
   un po’ ovunque.  Geograficamente e culturalmente. Ciò che invece si è andata via via appannando, diciamo “restringendo”
   con l’avanzare della globalizzazione, è stata la tensione morale tra le fila degli iscritti. Elemento peraltro imprescindibile
   dello statuto fondativo. Ricordi che il patto originario era: migliorare le condizioni di tutti. Non solo economiche ma soprattutto spirituali.  
   Purtroppo in un mondo che degenera a vista d’occhio, anche la Massoneria, essendo fatta “da” e “di” uomini, non poteva sfuggire al trend.
 -  
Pensavo che l’inflessibilità dei rituali, la granitica liturgia latomistica, le severe selezioni…
 -  Perché la Chiesa è forse la stessa di cinquant’anni fa? Quella che sembrava essere uscita dal Concilio Vaticano Secondo?
    Nella moderna Massoneria c’è sempre stata, accanto ai grandi valori, fra i quali spiccavano democrazia e libertà, anche
    una forte   motivazione utilitaristica che ha spinto molti a fare carte false pur di essere ammessi. Per cui, oggi, nelle logge
    si trova di tutto: da chi ancora si ispira ai grandi ideali, a chi ha una morale, diciamo, più ballerina. Come i mafiosi, per esempio.
    Giusto per fare un caso limite. Quelli usciti da Harvard, intendo. Ha presente certi maghetti della finanza? Molti di loro,
    sotto il doppiopetto alla moda, indossano il grembiulino. Magari non occupano posti di rilievo. Ma nell’attesa di ascendere
    a più alti livelli ordiscono trame, intessono relazioni orientate al business di famiglia. O si rendono utili facendo, meglio sarebbe
    dire  dirigendo, il dirty job. Se le dovesse capitare per le mani qualche lista, non dovrebbe stupirsi di trovarci un Gambino o, magari,
    un Genovese.  Ma Mafia o non Mafia, Yakuza, Oganizacija, o Triade… la cosa peggiore a cui si assiste da quarant’anni
    è un’esasperazione della spaccatura tra progressisti e conservatori.  Democratici e anti. Fratelli fedeli ai vecchi principi costitutivi
    e fratelli più disinvolti e spregiudicati, che usano la confraternita più per scopi personali che altro. Così sono nate diverse
    logge  sovranazionali  contrapposte che interpretano le due anime.  E fra le due correnti si assiste ad una  lotta, più o meno segreta,
    per la preminenza. Per esercitare un’influenza sempre più profonda sui governi. Sul mondo.
    Nel caso della parte meno libertaria non certo per migliorarlo. Ma per assoggettarlo. In questo senso alcune delle tesi del
    professor  Kaczinsky non sono poi così peregrine.  Vede, quando si parla di potere economico, come dice Kaczinsky,
    la prima cosa che balza alla mente sono le lobby. Le Sette Sorelle. I megagruppi farmaceutici. In realtà, il vero potere politico,
    economico finanziario, il potere di influenzare le società, di muovere il mondo,… lo detengono pochi potentissimi individui. Uomini
    - e donne, non dimentichiamolo - senza bandiera.  Senza ideali. Né scrupoli. Spesso alleati. Talvolta in lotta fra loro. 
    Individui che,  servendosi di consorterie, organizzazioni semisegrete come le logge massoniche, per esempio,
    indirizzano le nazioni e i loro governi. Provocano ad arte crisi economiche o fanno scoppiare conflitti. Fanno il bello e il cattivo tempo.  
    Grandinare o splendere il sole. Con l’unico fine di diventare sempre più ricchi, potenti e influenti.
    Questa lotta tra vecchio e nuovo modo di concepire la fratellanza, purtroppo, al momento vede prevalere i caimani. O, se vuole,
    i profittatori. Con grave minaccia per la democrazia.
-  Lei sta dicendo in pratica che chi non vuole che  il libro di Kaczinsky    esca sarebbero soprattutto le logge reazionarie globalizzate,
   gli uomini più potenti che ne fanno parte… ci sarebbero loro  dietro al rapimento dell’assistente di K… cazzo! interessi, solo interessi…
   altro che sacri princìpi!
-  Suvvia, come corre! La realtà non è mai così semplice. Schematica. Non è mai tutto bianco o nero. Colombe o falchi.
   Angeli o demoni.  Anche se nell’ambiente ormai i fratelli vengono catalogati in queste due categorie. Il brutto è che anche nelle logge
   così dette “democratiche” si possono annidare i demoni. Magari infiltrati ad arte. Che agiscono come quinte colonne per minare
   la natura stessa della vera Massoneria.  Non dimentichiamo che gli uomini sono avidi. Chi è ricco vuole esserlo sempre di più.
   Questo è il cancro della società. E del Capitalismo stesso.
-  É incredibile! Mi sta dipingendo un mondo di mostri. Peggio di come… baciami il…
-  Vada tranquillo, amo i francesismi.  Perché possa farsi un’idea, le darò alcuni rapporti da leggere. Commissionati ad alcune delle teste 
   più lucide del pianeta dalle logge “meno democratiche”. Dirà: ma perché questo mi apre le porte del tempio? Innanzi tutto,
   quando lei sarà fuori da qui, io non le avrò detto né dato nulla. E, comunque, alla fine, sono un massone vecchia maniera, un uomo all’antica.
   Uno di princìpi e valori. Uno che crede nell’utilità del denaro, ma anche che il troppo stroppia. E soprattutto che crede nella democrazia - 
 
 A questo punto Mecham fece una lunga pausa accompagnata da un  sospiro altrettanto lungo, come avesse un peso sull’anima.
 
-  Stia in guardia. Si ricordi: noi massoni siamo ovunque. Oggi può trovare fratelli perfino in quella stessa Chiesa Cattolica che ci ha
   combattuti per secoli. Jeremy, sono certo che saprà usare ciò che le ho detto con misura e saggezza. Prima che se ne vada ci tengo a
   dirle che l’ammiro per l’indagine che sta conducendo. Per la sua determinazione. A volte mi chiedo chi ve lo fa fare a voi giornalisti…
   dove trovate il coraggio. Chapeau! Due volte chapeau!
-   Mercì, giudice Mecham! Due volte mercì!
 
 
                                                                                                           §
 
 
         La porta dell’ufficio del capo redattore era chiusa, con tanto di cartello “non disturbare” in bella vista. Fatto inconsueto. Capitato una sola volta negli ultimi dieci anni. La cosa  non faceva certo presagire niente di buono.
Secondo quanto riferito da chi era presente, nell’ufficio erano entrati, insieme al caporedattore e ad uno dei soci del giornale, altre quattro persone, che si erano presentate alla segretaria  come alti papaveri rispettivamente del FBI,  della CIA,  del NSA, e del NYPD (Dip. di  Polizia di New York). Mancava solo un rappresentante del SA, il Salvation Army, e potevamo stare tranquilli:  chi mai ci avrebbe ammazzati!
        Per la prima mezz’ora tutto sembrò procedere in modo pacato e civile. Normale amministrazione, insomma. Sembrava quasi una visita di cortesia. Poi le acque a poco a poco cominciarono ad agitarsi, i toni si fecero più aspri. Si sentì pure il rumore di qualche pugno battuto con violenza sul tavolo. Stando ai decibel, doveva trattarsi della mano a martello di John O’ Brian, il socio più anziano della baracca: centocinquanta chili per due metri e zerocinque al garrese. La riunione procedette in un continuo crescendo di accuse, avvertimenti, e intimidazioni fino a che la porta non si aprì di scatto, e O’ Brian schizzò fuori incazzato nero. Come un Grizzly da una tana invasa da lupi grigi.
        Morale: tutti i media venivano invitati a oscurare il caso della ragazza rapita, sospendendo ogni indagine giornalistica. Inoltre, erano pregati di non parlare del professor Kaczinsky e soprattutto di sorvolare sulle sue teorie riguardo allo stato di salute della democrazia. Motivo: evitare di influenzare le imminenti elezioni presidenziali ed alimentare crisi internazionali, specie con Israele, visto che nel libro, la cui stampa era stata momentaneamente sospesa dallo stesso Kaczinsky, si faceva cenno ad un possibile smantellamento di questo Stato entro la fine del secolo. Sorta di offerta sacrificale al nuovo assetto del mondo.
Non erano veri e propri ordini. Sembravano più un gentile invito. Sapete, di quelli soft.  Alla Don Vito.
        Quanto al Daily Quest, il caso della ragazza scomparsa, per il momento occupava la quarta pagina, perché  il fatto non aveva ancora spiccato il volo. Le informazioni erano così scarse che Jeremy si limitava ogni giorno a descrivere le piste che seguiva. Niente di più. Senza fare commenti o formulare ipotesi. In ogni caso, quell’intervento poneva fine a qualsiasi indagine. Il caso poteva considerarsi chiuso.
 
 
                                                                                                              §                                                  
 
 
         Era una notte senza luce. La luna si nascondeva dietro una cortina di nebbia verdastra, spessa e immobile come una zuppa di piselli. Calma piatta. Tutt’ intorno silenzio. Un odore acre di salmastro, alghe spiaggiate, e pesce in putrefazione impestava l’aria. Ad un tratto, intravide una forma umana: una donna, nell’acqua stagnante fino all’ombelico, rigirava  lentamente giganteschi pesci senza pelle, dai cui corpi si staccavano per poi riaggregarsi le interiora che - così ricomposte - galleggiavano come macabre ninfee. Lui stava incredulo a guardare. Improvvisamente, provò la fastidiosa sensazione che un’ombra enorme emergesse, sempre più incombente e minacciosa, alle sue spalle. Mentre prendeva forma, cercava invano una via di fuga. Adesso le acque erano agitate. Il sangue, prima fremente, finì per gelarsi nelle vene, mentre Il cuore martellava a mille. I testicoli sembravano essergli schizzati in gola, impedendogli di respirare. I fianchi del battello su cui adesso si trovava, cominciarono a scricchiolare e gemere come animali agonizzanti, stretti nella morsa di quell’essere  mostruoso. Si sentì afferrare e sollevare in aria. E mentre roteava ebbro di paura si svegliò.
         Alfredo Lucchesi si dimenava in una pozza di sudore. Il petto dolente,  preda di quella stretta mortale. Il lezzo di marcio gli trafiggeva ancora i polmoni. In compenso, i testicoli andavano recuperando a poco a poco il  naturale  aplomb.
         Non riusciva a darsi pace per la scomparsa della sua sorellina. Il solo sospetto che potessero averla rapita lo faceva letteralmente impazzire, Soprattutto il fatto che la polizia sembrava aver preso la cosa piuttosto sottogamba. E lui, con le sue esigue risorse di barbiere a domicilio, non sapeva proprio cosa avrebbe potuto fare. Forse rivolgersi a qualcuno dei suoi potenti clienti…Cominciò quindi a passarli mentalmente in rassegna, per cercare di capire quelli che avrebbero meglio potuto servire al caso. In modo da restringere la rosa. Perché lui di gente potente ne conosceva tanta. Davvero tanta. Tutta gente pericolosa. Perciò, bisognava stare in guardia. Non fare passi falsi.
        Alfredo, nonostante fosse un semplice barbiere, aveva frequentato il liceo. E, quindi, tutto sommato, non era un illetterato totale, come la maggior parte dei suoi colleghi. Anche se l’atteggiamento che manteneva coi suoi clienti, sempre asciutto, essenziale, minimalista, non faceva certo pensare ad un uomo dotato di spessore. D’altronde, lui non dava mai troppa confidenza ai suoi committenti. Non solo perché aveva imparato che ognuno deve stare al suo posto, ma perché preferiva stare abbottonato. Non si sapeva mai cosa si poteva nascondere dietro l’aurea di rispettabilità acquisita a suon di bigliettoni. Come diceva Balzac: dietro ogni grande ricchezza c’è sempre un delitto. E poi quei mondi erano troppo diversi dal suo. Sideralmente lontani. In ogni caso non voleva mescolare il privato col lavoro. Ognuno a casa sua! Quindi, quando conversava si limitava a giocare di rimessa. Di tanto in tanto si concedeva un caustica battuta, che veniva presa come tipica verve italiana.  Niente di più.
        Dopo aver stilato mentalmente una lista e proceduto ad almeno cinque  sgrossature, gli rimasero tre nomi, con  Mr. G top of the vips.
E da Mr. G avrebbe cominciato.
 
 
                                                                                                           §
 
     
         Jeremy Dalton scese per una ripida scala a chiocciola che sembrava non finire mai. Dal fumo che saliva sembrava portasse dritto dritto nelle viscere della terra. Tanto da temere a un certo punto che la scala si trasformasse in un intestino scivoloso e uno spasmo improvviso lo sparasse fuori a tutto gas dal buco del culo. Arrivato in fondo, invece, si ritrovò in un’enorme stanza, zeppa di gente. Molti erano seduti ai tavoli, altri in piedi. Altri ancora accovacciati per terra davanti ad un palcoscenico di legno, scuro quanto i mattoni delle colonne che reggevano le volte del soffitto.
Mentre tentava di farsi strada a fatica per vedere chi fosse l’oggetto  di  tanti applausi e risate, una lingua di donna a forma di cazzo bitorzoluto  si srotolò a pochi centimetri  dal suo naso, col tipico suono di trombetta strozzata. Il tempo di riprendersi dalla sorpresa, e riconobbe il viso della ragazza che aveva sentito cantare con piglio da erinni nella Subway. Lei gli sorrise strizzando l’occhio. Forse lo aveva riconosciuto. Era carina. In un altro momento ci avrebbe provato. Invece tirò dritto. Dopo pochi passi si ritrovò davanti al palco. Al centro, un uomo che sembrava la versione postmoderna di Lenny Bruce.  Come il famoso intrattenitore, sparava a raffica - una via l’altra - grevi storielle e irripetibili battute sui potenti della Terra. Era capitato in una sorta di cabaret off. O, più probabilmente, nel bel mezzo di una riunione dell’ennesimo movimento di protesta. In realtà si trattava di un mix delle due cose. Uscito di scena il clone di Lenny Bruce, venne annunciato l’intervento di un professore di linguistica della CUNY, l’università pubblica della Città di New York. Mentre sullo sfondo si alternavano diapositive di scene di film : dal Cittadino Kane a 1984, inframezzate a parole che occupavano tutto lo schermo, dal buio della sala  emerse una voce decisa e penetrante.
 
-  Ogni epoca ha le sue parole. Se dovessi chiedervi una parola forte  che emerge nella seconda parte del settecento?
-  “ghigliottina”!, gridò una ragazza fra il pubblico.
-  Perfetto! E nella prima metà dell’ ottocento?
-  “Industrializzazione”!
-  Nella seconda?
-  “nazione”! 
-  Grande!
-  Veniamo adesso alla prima parte del secolo scorso…
-  “nazismo”! tuonò un nero da sotto il palco
-  “fascismo”! gridò lacerando l’aria un vecchio con voce rotta dalla  rabbia.
-  Bene! Anche se avreste potuto dire, che so: “penicillina”.  Prova che le parole con portati negativi spesso si guadagnano la  pole
   più facilmente di quelle positive. E dal ’50 i poi?... 
 
        A questo punto ci fu una lunga pausa di riflessione. Forse le parole fra cui pescare erano così tante che scegliere era un’impresa. Il fenomeno tipico dell’epoca,  l’opulenza,  aveva spaziato in ogni campo, compresa la produzione linguistica. A rompere il mormorio, intervenne all’improvviso la voce ferma del professore.

-   Beh, questa ve la suggerisco io: booming!  Perché si assiste a una vera e propria esplosione di tante di quelle cose che per elencarle
    tutte  non basterebbe un quaderno intero.  Molte positive, altre  negative.
    Poi ci sono  parole che persistono, attraversando più epoche, come “rivoluzione”, e altre che ritornano ciclicamente. Ecco, sì, che ritornano,
    o restano sottotraccia, e ogni tanto tirano fuori la testa: platealmente o sottovoce; alla luce del giorno o in modo subdolo.
    Pensate a  FASCISMO.  Sì,  F-A-S-C-I-S-M-O. Otto lettere ma centinaia di nefandezze, migliaia di rovine, milioni di morti inutili.
    Magari meno dura e netta di Nazismo, ma più insinuante, ricca di sfumature, capace di adattarsi, adeguarsi a diverse realtà…
    Per molto tempo, anche dopo che uno dei suoi peggiori interpreti era morto, e il regime da lui instaurato crollato miseramente,
    si è tentato di metterla in soffitta. Spesso di cancellarla. Oggi, dopo aver affilato gli artigli nell’ombra, con brevi apparizioni qua e là,
    come sinonimo di dittatura o per definire una forma mentis, vuole la rivincita e reclama Il suo posto. E sembra riuscirci. Eccome.
    Alla grande. Su larga scala. In tutto il mondo. Certo, in modo meno scenografico, appariscente, sfrontato, che in passato.
    In una parola: più astuto. Ma proprio per questo più pericoloso. Non ho molto altro da aggiungere per questa sera,
    se non salutarvi e mandarvi a letto con qualcosa  di alternativo alle solite pecore. Qualcosa su cui riflettere prima di addormentarvi.
    Alla prossima. Good night and good luck!
 
          Con questo intervento la serata sembrava giunta al termine. La persone cominciavano ad andarsene alla spicciolata, risalendo per quella scala a chiocciola, che gemeva per il  sovraccarico. Ad un tratto, Jeremy si girò per seguire la corrente, quando incrociò una strafiga biondo platino. Lei si portò a distanza molto ravvicinata, gli appoggiò una mano sulla spalla e avvicinò le labbra al suo orecchio, mordicchiandolo. Jeremy fece  in tempo a vedere in lontananza la ragazza della Subway che gli sorrideva, mostrando la mano destra con pollice e indice ad angolo retto. Mentre il primo stava fermo, ritto verso l’alto, il secondo, orizzontale, si muoveva ritmicamente avanti e indietro. E, dato che Jeremy sembrava non capire, gli mostrò sbuffando, simpaticamente spazientita, un biglietto con una scritta a pennarello: He likes you! 
“Cazzo, ci mancava anche…un trans! Doppio cazzo!” realizzò finalmente Jeremy. Troppo tardi!  La bionda gli stava sussurrando qualcosa, tra sensuale e ammiccante: niente è come appare. Niente! Ci puoi scommettere, carino! Poi si allontanò, ancheggiando come Rita Hayworth in Gilda.
Non capiva il perché di quelle parole. E soprattutto perché proprio a lui. Forse il soggetto era un tantino svalvolato. O aveva alzato il gomito. O forse era un modo per dire: svegliati! Guarda oltre! Non per niente quel movimento, come dicevano le scritte a bomboletta sulle pareti, si chiamava Il Grande Risveglio!
 
 
                                                                                                          §
 
 
          Quella mattina il giudice  Mecham stava genuflesso, come in preghiera, sul prato antistante il George Washington Masonic National Memorial, proprio alla base di una gigantesca squadra con compasso divaricato, in calcestruzzo. Era nudo. Ma soprattutto era morto. E, tanto per la cronaca, senza testa. Più tardi, la polizia, dopo aver terminato i rilievi del caso, trovò, a pochi passi dal corpo, una rosa rossa appassita che, a quanto pare, nessuno ritenne rilevante. Forse per ignoranza. O, più probabilmente, per ordini piombati dall’alto.
Se non fosse stato per la solerzia di un amico, fotografo del Washington Post, chissà quando Jeremy sarebbe venuto a conoscenza dell’inquietante fatto. E invece la notizia gli arrivò - insieme ad una foto fatta di straforo - prima che potesse appoggiare il sedere in redazione.
       
        La stessa mattina, uno dei custodi della Statua della Libertà, durante il giro d’ispezione, prima dell’apertura al pubblico, mentre passava davanti ad uno dei finestrini che fanno da corona alla testa del monumento, guardando fuori verso l‘Hudson non credette ai suoi occhi, poi, come colpito da una palla da bowling in pieno stomaco, fece un tale balzo all’indietro che per poco non cadde di sotto, precipitando per quaranta metri, nella cavità fra le pareti interne della statua e la scala a chiocciola. D’altronde, bisogna riconoscere che quello che vide avrebbe fatto venire un colpo perfino al boia di Maria Antonietta. Una testa mozza, grondante sangue da ogni parte era appiccicata al vetro e sembrava curiosare all’interno.
Lascio alla vostra immaginazione collegare i due fatti.
       
        Non so per la polizia, ma per Jeremy era un messaggio, neanche tanto larvato, indirizzato alle logge democratiche. Uno sfregio a Tradizione e Libertà.  Due capisaldi della regola latomistica.  Come a dire: il nuovo siamo noi, è ora di cambiare, fatevi da parte! In ogni caso era certo che qualcuno avrebbe mosso mari e monti per far sì che l’orribile fatto venisse archiviato al più presto come la vendetta di un folle. Fatto sta che tutti i media, compreso il Daily Quest, dopo un giorno o due, accantonarono l’accaduto senza che nessuno ci facesse caso più di tanto.
        Sembrava che ormai il sipario fosse calato sul caso, quando ricevette una telefonata dalla polizia di Washington, che lo invitava ad un colloquio. Cosa strana: non al commissariato, ma a casa del giudice. Probabilmente, avevano saputo della sua visita, ma non ne conoscevano il motivo. Solo quando Jeremy arrivò comprese, vedendo alcuni agenti dell’FBI sul posto, che volevano sincerarsi che tutti gli indizi che stavano per cancellare finissero direttamente nel forno crematorio con Mecham.
        Così Jeremy inventò una storia più che plausibile, lontana mille miglia dalle logge, dai massoni, e dai complotti. Non era certo che l’avessero bevuta. D’altronde cosa potevano fare? Eliminare anche lui?  Era prematuro. E poi uccidere un giornalista in quel momento sarebbe stato come accendere le fotoelettriche sulla faccenda Kaczinsky. I media, nonostante il cortese invito al silenzio, avevano ancora un certo potere.
Prima di andarsene, Jeremy intravide Woody. Tra i due ci fu uno scambio di sguardi. Poi, lo scimpanzé, chiaramente scosso dalla scomparsa del suo benefattore, gli andò incontro con tipica andatura ondeggiante. Jeremy lo abbracciò commosso. Nessuno si accorse che Woody  approfittò di quel contatto per infilargli un biglietto nella tasca della giacca.
 
                                                          
                                                                                                             §
 
 
         Se c’è un luogo scenografico, piuttosto scontato, per  incontrarsi senza dare nell’occhio, questo è la panchina di un parco. Naturalmente si tratta solo uno dei tanti luoghi comuni cui Hollywood ci ha abituati. Oltretutto, in un parco, se qualcuno decidesse di fare il tiro al piccione, saremmo un bersaglio più facile  di un orso di peluche al tiro a segno di un luna park. Per questo Jeremy Dalton pensò bene di dare appuntamento ad Alfredo Lucchesi  nella barbieria dove si recava abitualmente. Si trovava in una zona un po’ giù di mano, in una traversa di Pleasant Avenue, a Spanish Harlem, dove Jeremy aveva un sacco di conoscenze. Non certo candidate alla santità o da inserire nelle referenze.  Ma, se non altro, giocava in casa.
       Seduti fianco a fianco su due comode poltrone,  guardandosi di tanto in tanto in quello specchio grande come una piazza d’armi,  Jeremy e Alfredo passarono una buona mezz’ora, immersi in un dialogo fitto e rapido come pioggia battente.
      
-  Allora, Alfredo, cosa prova un barbiere a farsi servire di barba e capelli? Ah,ah,ah…
-  Le poche volte che mi capita, mi sembra di tornare bambino, quando mio padre mi faceva sedere sul cavallo della barbieria.
   Una sella di  velluto rosso e una testa di puledro bianco pronto a scatenare la fantasia. Vedo ancora le ciocche che scendono
   e le sue mani che si muovono sicure attorno alla mia testa, e alla fine immergono le dita fra i miei capelli, sollevando una
   tiepida schiuma bianca… come essere cullato dalle onde di un  mare amico…
-  Anch’io provavo, e provo tutt’ora, qualcosa di simile. E’ una sensazione che non ti lascia più per tutta la vita…
    una sorta di imprinting. Senza dimenticare poi i calendari profumati con le donnine di Vargas.
-  Il primo profumo di donna…ne conservo ancora qualcuno, l’aroma è svanito ma sembra ancora di sentirlo…potenza dell’immagine…
   una sniffatina proustiana al contrario… - commento questo che accese l’attenzione di Jeremy, e aumentò non poco il suo interesse
   verso l’interlocutore: barbiere sì, ma un barbiere che sapeva di letteratura.
 
         A questo punto Jeremy gli espose  lo stato dell’arte per filo e per segno, fin nei minimi particolari, senza tralasciare nulla, nemmeno il dettaglio della rosa appassita che la polizia aveva rinvenuto vicino al corpo del giudice Mecham. Un chiaro messaggio massonico, che gli inquirenti avevano di certo ricevuto  l’ordine di trascurare. Quanto al biglietto che Woody gli aveva dato conteneva un indirizzo: il luogo dove si sarebbe dovuta tenere la prossima riunione della loggia …. Sembrava che Mecham non avesse fatto in tempo a terminare il messaggio. Bisognava che Alfredo capisse che poteva fidarsi. Soprattutto che non era solo. Che aveva trovato un amico.
 
-  Questo è quanto! - concluse con un senso di liberazione Jeremy
-  Oggi ho buttato un amo in un luogo assai pescoso, dovrebbe finire proprio in mezzo a un banco di squali. Appena qualcosa abboccherà,   
   sarai il primo a saperlo. Se voglio ritrovare Anna ho bisogno di una  mano, e tu sei l'unico di cui posso fidarmi.  

Concluse Alfredo pieno di speranza.
       
-  Sai dove trovarmi. Anche se devo confessarti che preferirei sfidare a duello Billy the Kid. Forse si può combattere contro una piovra,
   ma affrontare un potere invisibile …! Renditi conto che abbiamo a che fare con la più diffusa e ramificata delle organizzazioni segrete. Dove
   confluiscono gli uomini più potenti della terra. Muratori di una cattedrale senza mura. Signori di un castello  inesistente.
 
 
                                                                                                            §
 
 
         Quella sera tirava un vento sferzante che annunciava una notte da lupi. Meglio sarebbe stato trovarsi davanti a una fumante pizza napoletana da Lombardi’s. E invece Alfredo e Jeremy stavano per infilarsi dentro la Vecchia Cattedrale di San Patrizio, attraverso una piccolo pertugio laterale. Erano le nove, avrebbero dovuto aspettare fino a mezzanotte, poi uno dei  sacrestani di turno - uomo fidato - li avrebbe introdotti nel ventre della chiesa, sotto la cripta. Luogo sconosciuto e inaccessibile ai più. Avrebbero assistito di nascosto alla riunione della loggia…, una delle più potenti del globo. Nell’attesa, si sistemarono in un confessionale, affidando alla monetina il sorteggio per chi avrebbe fatto il prete. Attesero, ognuno seduto al suo posto,  più di due ore.  Sembrò un’eternità. Durante questo tempo Jeremy, al quale toccò la parte del peccatore, ebbe modo di ripetere almeno tre volte la storia della sua vita. Finalmente, poco dopo la mezzanotte, scesero nella cripta e poi nei sotterranei. Con passo felpato e in semiapnea, perché nelle chiese, si sa, ogni rumore viene amplificato. A quell’ora i fratelli avrebbero già dovuto essere tutti al loro posto e la cerimonia  entrata nel vivo.
Si erano sistemati in un cunicolo sotto il pavimento. Sopra di loro, una griglia di marmo del diametro di almeno tre metri. Attraverso i fori del grande disegno geometrico non era possibile vedere granché, ma si poteva sentire tutto. O meglio, si sarebbe potuto sentire tutto se nella stanza ci fosse stato qualcuno. Invece silenzio di tomba. Sembrava proprio non ci fosse nessuno. Dopo un quarto d’ora, si decisero a uscire dal loro nascondiglio, salirono alcuni scalini, e si ritrovarono in un’enorme stanza. Nulla a che vedere con lo stile della chiesa. Aveva un che di spartano. Più vicina a una cantina che a un luogo di culto. Chissà, magari era stato lo spogliatoio dei muratori che avevano edificato la Cattedrale agli inizi dell’ottocento. Ancora sorpresi, si guardarono attorno. Alfredo notò, fra le pagine di un volume aperto, una busta. Sembrava messa lì apposta per attirare lo sguardo. Si avvicinò timoroso, la prese e la passò a Jeremy, il quale l’aprì con decisione e lesse il contenuto ad alta voce.
        “ Peccato, sarà per un’altra volta!”, questo era il laconico messaggio. In aggiunta, più in piccolo, un nota bene : “C’è una rosa che aspetta sulla terza tomba a sinistra, fuori, nel cimitero attorno alla chiesa.” A queste parole Alfredo impallidì, il viso di Jeremy si fece cupo. Senza scambiarsi nemmeno una parola, entrambi si fiondarono verso l’uscita. Appena fuori, si diressero verso il luogo indicato. Nell’oscurità intravidero, sopra la lunga pietra di granito, una massa senza forma. Si avvicinarono. Realizzarono che si trattava di qualcosa avvolto in una coperta. Jeremy l’aprì delicatamente. Si trattava di Anna. Sembrava priva di vita. Per fortuna, seppure molto lentamente, respirava. Il biglietto del giudice Mecham e l’intervento di Mr. G erano stati provvidenziali.
 
 
                                                                                                                §
 
 
         La notte era stata lunga, forse la notte più lunga della sua vita.Una notte da cardiopalma. Invece di fiondarsi a letto, dopo aver infilato
Alfredo e Anna sul primo taxi  fermato di forza, sbracciandosi e urlando come un ossesso in mezzo alla strada, Jeremy prese la Subway
per Long Island. Lo faceva ogni volta  che aveva bisogno di scaricare a tensione accumulata. Erano le quattro di mattina.
Sulla sterminata passeggiata non c’era anima viva. Solo qualche isolato gabbiano, che sembrava gridare al vento la sua rabbia.
       
       “Scriverò un libro, magari un romanzo. Lo farò pubblicare da qualche editore di sinistra, in qualche buco di culo di provincia. E se non troverò nessuno disposto a stamparlo, lo farò ciclostilare da quelli là…quelli del Grande Risveglio. Anche se sarà come gettare una bottiglia nell’oceano. Ma poi, chi è in grado di raccogliere messaggi ormai?  Soprattutto chi lo desidera più? Anneghiamo nel conformismo. Il cervello latita. I lettori sembrano tutti digitalizzati. Non riescono a leggere fra le righe. Già fanno fatica a interpretare le immagini, bersagliati come sono dalle stesse schifezze e banalità ventiquattr’ore su ventiquattro, figuriamoci se sanno cogliere dei concetti basilari. Non sanno che la loro apatia, la loro rinuncia a capire li rende ogni giorno più schiavi. Bisognerebbe ricominciare dalle aste.  Magari mi sbaglio, chissà, qualcuno un po’ sveglio, con un briciolo di orgoglio, si trova ancora. E allora, tornando al libro, potrei camuffarlo da thriller politicoesoterico. Chiamarlo “Lo scettro invisibile”. Buttarlo sul mercato. E sperare che qualcuno capisca e trovi il coraggio di reagire. Magari ci scappa pure qualche dollaro, perché mi sa tanto che dovrò cercarmi un’altra occupazione.”
       
        Il sole si stava dileguando all’orizzonte. Lento. Stranamente lento. Quasi controvoglia. Forse temendo - nell’incertezza dei tempi - di non potersi presentare all’appello il giorno seguente. Jeremy portò le mani alla bocca, soffiò fra i pollici con quanto fiato aveva in corpo, e modulò ripetutamente Per un pugno di dollari. Si annunciavano giorni difficili. Ma non avrebbe mollato il colpo. Se non poteva fermare il vento, poteva sempre andargli incontro di bolina.
 
 
                                                                                                          ******
 
 

 

 

All rights belong to its author. It was published on e-Stories.org by demand of Gabriele Zarotti.
Published on e-Stories.org on 06/02/2015.

 

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