Mauro Montacchiesi

Rubens

Era una mattina  del tardo settembre 1997, una mattina blandita da una brezza leggera e piacevole e,
come da cliché, come tutte le mattine lavorative, stavo andando a piedi alla fermata dell’autobus quando, in modo improvviso e di sorpresa, la mia attenzione venne polarizzata dallo stormire, dal fruscio, dal movimento di  alcune foglie dai colori giallo-oro e rosso-ruggine, che il vento aveva segregato nella cunetta di drenaggio che fungeva da intercapedine tra il marciapiede, sul quale transitavo, ed il podére limitrofo. Lì per lì, però, non diedi ovviamente importanza alla cosa, ma, fatti alcuni passi e non so perché, tornai indietro a riguardare le foglie! Con grande stupore scoprii che in mezzo alle foglie c’era una gattino, nato evidentemente soltanto da alcuni giorni, che gemeva molto fiocamente, mimetizzato tra le foglie in quanto, neanche a farlo apposta, era del loro stesso cromatismo. Penso che il suo peso sarà stato si e no di un etto. Non si reggeva in piedi, tremava (forse dalla debolezza, forse dalla paura) e tentava di piangere e di farsi sentire disperatamente, ma non ne aveva la forza. Mi sono sempre chiesto chi fosse stato quel nefando scellerato che l’aveva abbandonato. Perché l’uomo fa queste cose? Quando gli fa comodo chiede affetto agli animali e, quando non più, li abbandona! Lo raccolsi e lo portai a casa! Telefonai in ufficio e chiesi un paio di ore di permesso! Era molto tempo che non avevo gatti a casa, così mi dovetti attrezzare estemporaneamente! Biberon, latte, lettiera, ecc… Vivendo all’epoca io da solo, lo dovetti però lasciare in casa per andare al lavoro. Fu così che deflagrò un grande amore! Da quel giorno credo che Rubens, così lo chiamai a causa dei colori della sua livrea, mi avesse scambiato per un suo genitore o per qualcosa di simile. Per la notte gli avevo comprato un cesto per dormire, che avevo collocato ai piedi del mio letto. Ogni tanto mi svegliavo e puntualmente lo vedevo che, facendo sforzi enormi per tenere gli occhi aperti, mi guardava, come per vegliare sul mio sonno. La mattina, però, dovevo andare al lavoro e lo lasciavo fuori nel mio cortile, lasciandogli la ciotola dell’acqua e quella dei croccantini all’interno di un ripostiglio, la cui porta lasciavo aperta. Agli inizi Rubens sembrò non gradire questa soluzione ma, ben presto, si fece degli “amici” felini, come lui. Quando tornavo la sera, abbandonava subito la combriccola per venirmi gioiosamente incontro. E così iniziava la nostra serata. Croccantini per lui e cena per me, una piccola parte della quale andava spesso a rinforzare il suo pasto. E poi, una serata davanti al televisore, che Rubens sembrava seguire con grande interesse. Un giorno, tornando dal lavoro e non vedendolo, spalancai la porta del ripostiglio e constatai con sommo piacere che Rubens si era fidanzato. Stava tutto acciambellato dentro al cesto con una leggiadrissima micia bianca, bianca come un candido giglio! La gatta non interruppe il suo sonno e non si avvide di me ! La cosa mi cagionò stupore e soltanto alcuni giorni dopo compresi che era albina e quindi sorda, nonché con una vista limitata! Venni a sapere che la gatta era stata da poco acquistata da una vicina di casa che abitava un centinaio di metri più avanti. Rubens, dal canto suo, mi lanciò una languida occhiata, seguita da uno sbadiglio, quasi a volermi dire:-“La televisione la guardiamo dopo! Non lo vedi che adesso ho da fare?” Successivamente lo dovetti portare dal veterinario per i controlli ed i vaccini del caso. La prima volta dovetti “vergognosamente tradire “ la sua fiducia, perché, per farlo entrare nella gabbia, gli dovetti mettere i croccantini all’interno di questa. Ma Rubens si fidava ciecamente di me e non fece mai storie. Rubens era un gatto eccezionale. Credo, comunque, che tutti i gatti siano eccezionali. Bisogna saperli comprende, bisogna saperli amare, bisogna entrare in empatia cerebrale con loro. I gatti sono sensibilissimi ed amano a dismisura, al contrario di quanto molti luoghi comuni dicano di loro e, cioè, che sono sfuggenti. Non è vero! I gatti sono mostruosamente sensibili. La mattina del Primo Maggio 1998 mi apprestai ad uscire con la macchina e, dallo specchietto retrovisore, notai una cosa insolita: Rubens mi aveva seguito fino al cancello vicino alla strada (cosa che gli avevo insegnato a non fare, per timore del traffico) e si era accovacciato, carpendo il mio sguardo attraverso lo specchietto stesso e fissandomi intensamente! Un suo presagio? Purtroppo, la sera dello stesso giorno, mentre rientravo a casa, venni colto da un malore in auto e ricoverato d’urgenza in ospedale. Rimasi al Policlinico Agostino Gemelli, di Roma,  per 28 giorni. Stavo molto male, ma il mio pensiero era rivolto costantemente a Rubens. Quasi un filo diretto empatico, cerebrale, telepatico. Tramite telefono avevo chiesto ad una mia vicina di casa di dargli da mangiare, ma questa mi riferì che il gatto all’inizio mangiava poco e, negli ultimi giorni, non mangiava più! Tornai a casa il pomeriggio del 28 maggio 1998. Trovai Rubens in mezzo al cortile di casa, ma il mio dilettissimo amico, stordito, girava continuamente su sé stesso, come in una rituale, premonitrice Danza di Dervisci e rifiutava il cibo che tentavo di somministrargli. Un paio di ore dopo morì. Sono convinto che il suo amore per me lo abbia tenuto in vita quanto bastò per rivedermi prima di spirare. Rubens è stato un grande amore!!! Credeteci! I gatti amano profondamente!
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Published on e-Stories.org on 11/16/2016.

 

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