Gabriele Zarotti

La fabbrica delle parole inutili.

        Siamo davvero forti! Invece di impegnare la nostra creatività nella ricerca di risposte alla crisi culturale che dilaga, noi cosa facciamo? Ci trastulliamo. Inventiamo sciocchezze. Come eufemismi. Parole inutili. Neologismi  che, con la scusa di sintetizzare  concetti e fenomeni, fare  chiarezza e mettere ordine, ottengono il risultato di creare confusione. Fraintendimenti. Distogliere dalla realtà dei fatti. O nasconderli. O, peggio ancora, fare danno. E così si va dalle cazzate come fotoscioppare, ai finti neologismi che fanno gridare al miracolo come petaloso, per passare alle parole pericolose come derivati,   fino ad arrivare a quelle nocive come la parola di cui sto per parlarvi. Si dirà, sempre fatto!. Senza andare molto indietro, basta pensare a Goebbels. E a parole come gnadentod (morte pietosa per giustificare l'eliminazione dei tedeschi disabili). Certo, ma se non altro una volta non avveniva in modo così frenetico e incontrollato. Per questo dobbiamo ringraziare la globalizzazione. E la deregolazione. L'eliminazione di regole e di controlli anche dove servivano. Almeno ci avrebbero risparmiato le perdite di urina e diarrea quando  siamo a tavola. Ora, va bene che la società è diventata liquida, ma da qui a trasformarla in un mare di "sciolta" mi sembra puro masochismo. Pensiamo soltanto all'ultima trovata di cui andiamo così fieri, visto che di recente  è  entrata di prepotenza nel lessico quotidiano: post-verità. Con l'accento sulla a, ma l'enfasi compiaciuta della voce sul prefisso post. Se vi interessa tutta la storia, dalla nascita ai giorni nostri, potete facilmente trovarla in Rete.   Ma attenzione, come per il vino, non fermatevi alla prima osteria. Non limitatevi a quello che dicono con faciloneria alcuni siti. Per i quali la parola starebbe per falsità. O fake. Punto e a capo. Cercate di andare oltre. Perché li sta il problema. Quello che mi preme sottolineare è che, nonostante l'apparenza, con post-verità ci troviamo di fronte a una parola opaca. Una parola canaglia.   Un vero e proprio mostro linguistico. Qualcosa di cui diffidare e da maneggiare con cura. Una parola di cui avrei fatto volentieri a meno. E che quando ne faccio uso è solo con sarcasmo e ironia. Perché ne provo disprezzo e paura allo stesso tempo.

        Come ormai d'abitudine o vizio, la parola post-truth è arrivata, anche se con notevole ritardo, nella nostra lingua, trovando la più calorosa accoglienza e degna traduzione. Ovunque si è sollevato un coro unanime di: evviva, alla buonora! ne sentivamo la mancanza, ci voleva proprio! Grazie, America! Post-verità. Post non solo con significato temporale, ma nel senso di: oltre il limite.   A indicare in aggiunta, al di là.   Talvolta pure al di qua. Quando la verità  nuda e cruda  non basta più. Perché non ci soddisfa del tutto, o dubitiamo della fonte da cui proviene. O perché insufficiente per raggiungere i nostri fini. Pensiamo alla post-verità di Israele quando giustifica il suo espansionismo come necessario alla sua sopravvivenza. O all'ISIS quando rivendica di combattere una guerra santa. O a Francia e Gran Bretagna quando si  precipitano in Libia per liberare il Paese dalla dittatura.  Post-verità, uno dei tanti mutanti del vecchio e nuovo secolo. Sorta di Leonard Zelig del lessico quotidiano. Una parola in grado di rapide e inaspettate metamorfosi. Capace  di arricchirsi di significati strada facendo, a seconda del contesto, del momento e delle necessità. Una specie di buco nero che attrae e ingurgita tutto ciò che serve alla bisogna. A volte solo semplice falsità, a volte iperverità.   Non solo la verità "ufficiale" come ci viene propinata dai media o dalla politica, ma qualcosa che comprende anche la verità dietrologica. O  quella virtuale. Personale. Emotiva. Di pancia. Parola serbatoio, o pattumiera, secondo i gusti.   Capace di contenere insieme la realtà che ci circonda e la fantasia e arbitrarietà della narrazione individuale e collettiva. L'oggettività e la visceralità.   I fatti nudi e crudi, le verità costruite e le voci che corrono. Post-verità come summa. Come non-concetto a variabilità semantica, in grado di accogliere tanti concetti e sfumature diverse, a seconda dell'estro, del capriccio e della convenienza del momento.   Capace di abbracciare parole simili e inventate come  "truthiness" (verità di comodo, percepita) e  fagocitarle in un secondo.  

        Post-truth, la parola che ha attraversato quasi mezzo secolo di Storia. Dallo scandalo Watergate alla guerra del Golfo. Dall'11 Settembre alla vittoria di Trump.  Post- verità, come  verità del nuovo ordine mondiale. Del Post-nazionalismo. Della Post-democrazia. Come immagine patinata e rappresentazione pubblicitaria del mondo che ci circonda. Fatta di materialità e immaterialità. Di ciò che si vede e si tocca e di ciò che esiste solo nella nostra mente.   Di "tangibile assets" e "intangible assets", come dicevano una volta i guru di Madison Avenue. Una verità fatta di mucche che danno il latte e nello stesso tempo di bufale che gratificano il pensiero. Un calderone dove è difficile distinguere una cosa dall'altra.  Post-verità come strumento indispensabile per la conquista e il mantenimento del potere.   Perché gli individui non si accontentano più dei fatti, vogliono essere sedotti da narrazioni più o meno fantastiche. Oggi guardare in faccia la realtà turba troppo le nostre placide vite.  Post-verità come ciò che  permette  di trasformare  noi stessi in post-verità.   Per diventare presidenti del consiglio senza possedere i fondamentali.   O per fare incetta di mi piace sul Web.   Strappare qualche  consenso, elargito  da amici e parenti, grazie all'immagine che ci costruiamo, mostrando solo la parte migliore di noi.  Post-verità come alleata del pensiero unico contro il pensiero critico. Come ciò che rende sempre più difficile distinguere il vero dal falso. E in ogni caso il falso, se verosimile, è ogni giorno più attraente e desiderabile. Post-verità, come ciò che rende azioni e decisioni dell'individuo sempre più viscerali (vedi ultimo referendum). Come spartito che fa la melodia dei pifferai sempre più magica.  Post-verità come momento di passaggio dalle grandi narrazioni di massa che ci compattavano (con tutti i  rischi della cosa), alle piccole narrazioni individuali che mentre ci illudono di essere più liberi, ci rendono sempre più soli,   deboli e indifesi. Post-verità, che sembra darci più democrazia e invece finisce per soffocarla ancor prima che sia compiuta.

        Non sono un purista della lingua. Un conservatore a oltranza. Né sogno una neolingua essenziale e ristretta come quella ipotizzata da Orwell. Anzi, trovo che la libertà di coniare termini, metafore, e accostamenti arditi costituisca la base dell'espressività umana e la più grande risorsa del prosare e poetare individuale.   Ma il discorso cambia quando si parla di informazione. Dove la caratteristica e condizione essenziale è - e rimane - la chiarezza. Perché sarà pur vero che l'informazione allo stato puro non esiste, che per un verso o per l'altro anche quando si è animati dalle  migliori intenzione oggi tutto finisce per diventare comunicazione, tentativo di convincere l'altro ( con argomenti concreti o con l'inganno), ma compito primo di istituzioni e media dovrebbe essere quello di tentare  di informare i cittadini. Chi legge i giornali. Chi  ascolta la radio. Chi guarda la tivù. Questo è ciò a cui dovrebbero tendere tutti coloro che hanno le maggiori responsabilità verso la società. Perché senza questa tensione etica e professionale due sono gli sbocchi: l'anarchia o il totalitarismo.  E forse la prima non è che l'anticamera del secondo.

 

 

 

All rights belong to its author. It was published on e-Stories.org by demand of Gabriele Zarotti.
Published on e-Stories.org on 12/31/2017.

 

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