Mauro Montacchiesi

Omaggio all'Artista Gilberto Piccinini

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Omaggio all'Artista Gilberto Piccinini
(Portato di ricerca documentale riadattata giusta la dialettica dell'autore: Mauro Montacchiesi)
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(Tratto da: http://www.gallerianazionale.com/foto/_MG_2064.JPG)
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Struttura dell'opera:
01) Gilberto l'Artista
02) Gilberto nel Mito
* Archetipi e simboli
* Frisso e l'ariete alato
* Giasone ed il "Vello d'Oro"
* Odisseo e le Sirene
* Un comune denominatore
* Simbologia del mare
* Conclusione
03) Gilberto nel quotidiano
04) Trilogia poetica
* Al Mare
* L'orizzonte
* Chimere marine

***
Gilberto l'Artista
Sebbene nato a Milano, quindi assai lontano dalla salsedine, dagli aromi, dai colori del mare, Gilberto Piccinini ha sempre avvertito, prorompente, il malioso richiamo del pittoresco versante marino della meravigliosa Liguria. Molti folkloristici, spesso a strapiombo paesaggi di questo suggestivo, italico tratto, hanno catalizzato e continuano a catalizzare la sconfinata e sempre più sorprendente ars inveniendi della sua cospicua produzione artistica, ovvero di un'Arte vibrantemente evocativa, permeata di intensi, fibrillanti moti e di sublimi incanti che esaltano il grande pathos pregno di tensione emotiva, nonché l'aulico, superno magistero icastico-iconografico dello stesso pittore meneghino. L'evoluzione tecnica di Piccinini sembra velocemente aliare, viaggiare con disinvoltura, verso la nitida precisione, la particolarità incisiva dei chiaro-scuri, l'emozionante intensità dei contrasti. Altamente evocativi, metafisici giochi di cromie cinetiche risaltano come pietre miliari del suo raffinato canone artistico, in grado di far fibrillare dalle fondamenta anche la più apatica ed agnostica condizione della mente e del cuore. Dalle opere di Gilberto Piccinini, impetuose prorompono eco, vibrazioni archetipicamente ancestrali, le quali obbligano l'osservatore ad ineluttabili, elucubrativi, caleidoscopici mnemo-feedback! Tali impetuose eco e vibrazioni catalizzano subliminalmente l'osservatore a spiccare voli temporali sulle ali di fantastiche chimere, in direzione di remeabili ere primordiali, allorché palingenetiche energie cosmiche diedero forma alle ruvide masse e linfa alle abissali depressioni terrestri, germinando, inusitata e casta, la vita. Dagli aristocratici canvas di Piccinini traspare, in tutta la sua irruente potenza, il sempiterno agone tra le furiose onde del mare e le anfrattuose coste, a cui l'osservatore (in senso archetipicamente antropologico ed ontologico) paurosamente ed allegoricamente si avvinghia, pur non volendo abdicare alla chiaroscurale malia dell'ignoto che il mare trasmette. Piccinini, nei suoi preziosi dipinti, propone come protagonisti sia masse rocciose tormentate dall'efferata furia del mare sia il mare stesso, all'apogeo della sua devastante irrequietezza. Gonfi, nembi scuri in compagine sovrastano il mare turbinosamente increspato: è questo lo struggente leit motiv, è questa la magica etra di intenso pathos che ascrivono un icastico, talora eidetico cachet, sui generis, all'Arte di Gilberto Piccinini. I canvas di questo Artista propellono emotivamente ed idealmente il cuore e l'anima dell'osservatore in direzione di algenti, esotici mari (quasi appartenessero ad un altro pianeta, ad un'altra dimensione), fino a sollecitare sfere sensoriali diverse, fino a catalizzare sinestesie di reale freddo sul corpo, nel corpo. In questa tormentata, controversa fase storica, il Genere Umano, genotipicamente, ha un'inderogabile, parossistica istanza di riscoprire, di riesumare gli archetipi, vale a dire le immagini, i simboli, i contenuti primordiali e universali presenti nell'inconscio collettivo relativi agli istinti primitivi e vigorosi e, tutto ciò, onde poter riscoprire la propria, vera essenza. Gilberto, talora, sembra preferire, al morbido pennello, la pivotante bacchetta di un aulico direttore d'orchestra, che sublimemente accorda e scandisce i muggiti del mare mentre sui rocciosi, anfrattuosi dirupi, violentemente, rabbiosamente si frange. L'Arte di Gilberto Piccinini è un genus di maieutica icastica, ovvero un magistero spontaneo che, nell'osservatore, fa emergere latenti sensazioni altrimenti mai neanche immaginate. Per l'anima dell'osservatore si tratta di un genus di aristotelica catarsi, catalizzatrice di una purificazione ad ima fundamenta, di un'armonizzazione estatica attraverso l'Arte!

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Gilberto nel Mito
*
Archetipi e simboli

Gli archetipi ed i simboli si reificano in icone, il cui vigore esonda da qualsiasi logica, percezione o sensibilità. Gli archetipi ed i simboli sono l'ipostasi di un affascinante arcano che pertiene all'Es più profondo, al subcosciente umano di massa, ovvero a livello antropologico ed ontologico e, di conseguenza, alla sfera psichica di qualsiasi essere umano nella sua singolarità, unità, indivisibilità, in quanto atomica monade. L'analisi dei miti classici con metodologia psicologico-psicanalitica, offre topiche basi di speculazione e di apprendimento della più ima e latente natura umana, in quanto ciascun singolo individuo è l'ipostasi allegorica di un mito classico.

Frisso e l'ariete alato
Frisso (Eroe della mitologia greca, figlio di Atamante Re di Coronea/Boezia e di Nefele, fratello di Elle), prostrato dalle reiterate vessazioni perpetrate dalla matrigna Ino (Atamante aveva ripudiato Nefele), indirizzò una struggente prece alla dea delle nuvole, vale a dire a sua madre Nefele. Nefele regalò al figlio un ariete alato dal vello di purissimo oro. L'eroe, insieme ad Elle (Sua sorella) montò sul dorso del'ariete per iniziare un lungo volo, verso inusitati, alieni, esotici lidi. Tuttavia Elle, prostrata dal viaggio, cadde tra le braccia di Morfeo e precipitò in mare. Frisso, sconvolto, preservò la vita, tuttavia smarrì nel mare Elle, l'elemento allegorico della sua anima, del suo lato femminile. Frisso, in seguito, sacrificò l'ariete, la cui pelle appese ad una quercia. L'analisi psicologica appare patente: Frisso ascrive maggiore incidenza all'agire inane, piuttosto che alla ponderazione ed alla speculazione sui pro ed i contro, ma ne soffrirà.
Giasone ed il "Vello d'Oro"

La propensione alla vittoria e l'istintivo ardimento di Gilberto (Vedi: Gilberto nel quotidiano) riverberano icasticamente nel mito degli Argonauti alla conquista del Vello d'Oro. Giasone, ammaliato dalle narrazioni sul Vello d'Oro e peculiarmente intrigato dalla sfida dell'utopia del rinvenirlo, aggregò un manipolo di ardimentosi, gli Argonauti, con il progetto di ritrovarlo e di riportarlo ad Argo. Molte furono le rischiose avventure che Giasone dovette affrontare prima di approdare nella Colchide (Regione dell'Asia Minore sulle coste sud-orientali del Mar Nero), ove l'eroe rinvenì il Vello e se ne impossessò. Per il trionfo nell'impresa, Giasone ricorse all'ausilio di Medea (Eroina della mitologia greca: figlia di Eeta, Re della Colchide. Dotata di arti magiche), di lui innamorata. Questo trionfo, tuttavia, fece perdere a Giasone la misura di sé stesso, al punto che l'eroe ben presto relegò nell'oblio l'aiuto e l'amore di Medea, volgendo i propri interessi verso un'altra donna. Medea anatemizzò Giasone, auspicando per lui la morte in mare e così più tardi avvenne. Nell'allegoria di questo epos si evince patentemente l'attitudine naturale di Giasone a rimanere invischiato nella pania della sua ombra, permeata di una pletorica istintività che interclude qualsivoglia speculazione a priori circa i portati del suo comportamento. L'uomo che pugna senza soluzione di continuità non trova spazi speculativi relatamente alla realizzazione dei propri progetti. Giasone sembra negligere gli aspetti femminili allorché naviga alla mercè della sua ombra, ovvero del suo lato oscuro. Alias, Giasone posterga il lato muliebre della propria natura. Nondimeno Giasone ha istanza, come qualsiasi altro essere umano, della propria energia femminile (*) e, in effetti, la conquista del Vello d'Oro si realizza in virtù di Medea, allegoria del suo aspetto magico-intuitivo.

(*) (Mito dell'Androgino: la ricomposizione platonica del mito delle due metà dell'entità umana, il maschio e la femmina, con il fine della perfezione assoluta)

Odisseo e le Sirene

Nell'Odissea diversi marinai di Ulisse perirono durante il periplo dell'Isola delle Sirene, le quali irretivano i naviganti con seducenti melodie e profferendo loro lo scibile immortale. Diverse navi, già prima di Ulisse, si erano infrante contro gli scogli ed i marinai uccisi. Odisseo (Ipostasi di Giasone, nella versione in cui questi si rammenta di riflettere prima di agire) ordinò ai suoi uomini di turarsi le orecchie con dei tappi di cera, onde evitare che sentissero il canto delle Sirene e, quindi, che ne venissero irretiti, con conseguente naufragio contro gli scogli. Odisseo, dal canto suo, si fece legare all'albero maestro, senza tappi, ma nell'impossibilità di agire. In questo modo, nella piena coscienza della propria, interlocutoria impotenza, Odisseo sperimentò il proprio mito, penetrando a fondo e portando luce al buio del suo mondo interiore, iconografizzato da impulsi di potere e da energie devastanti. In questo modo, corroborato dalla propria autocoscienza, Odisseo udì le voci, ma non naufragò contro gli scogli. Ergo, metaforicamente: vivere gli stati d'animo, le emozioni, i sentimenti con un quid di cosciente avulsione, permette di non smarrirsi alla deriva.

Un comune denominatore

Il Mito-Gilberto si concretizza in un'ipostasi trinitaria (Frisso-Giasone-Odisseo) con un comune denominatore: il mare!
* Frisso smarrisce nel mare Elle, l'elemento allegorico della sua anima, del suo lato femminile;
* Giasone posterga il lato muliebre della propria natura e morirà nel mare;
* Odisseo naviga nel mare e si confronta con le Sirene (Il proprio lato femminile), evitando, tuttavia, il naufragio contro gli scogli (Allegoria).

Simbologia del mare

In diverse culture, il mare è simbolo delle profondità inconsce e dell'insondabile mistero umano. Il mare viene identificato, talora, con la madre, quale sorgente di vita e di alimentazione: il liquido amniotico primigenio nel quale la vita germina e subisce continue palingenesi. Similmente alla madre, il mare può scatenare tutta la sua spaventosa potenza e trasformarsi in elemento di annichilamento e catarsi. Il mare in tempesta vanifica ogni gestione di sé e distrugge ogni presidio, obbligando l'individuo a prendere coscienza delle sue più profonde emozioni, del suo più ignoto essere. Il mare, ovvero l'inconscio, un luogo di abissi arcani ed imperscrutabili. Un universo amniotico di palingenesi e di presa coscienza, dal quale affiorano tutte le paure rimosse.
Il mare è inconscio collettivo in virtù della sua grandezza. Il mare approda a lidi alieni. Il mare si rinnova e rinnova senza sosta. E' emblema di perpetuo movimento, di una dinamica che avvinghia l'Uomo nel corpo e nella mente. Il mare è l'immenso, il desiderio d'immenso, di navigare senza catene!

Conclusione

Per Gilberto, il mare, è il prezioso scrigno dell'anima, di cui subisce gli affascinanti riverberi, i subliminali richiami, che traspone in magistrali cromo-iconografie sovente in osmosi con una sorta di Espressionismo Metafisico. Il mare è il liquido amniotico (Richiamo alla Madre), il depredatore corsaro dell'Anima (Ratto di Elle).

***
Gilberto nel quotidiano
Gilberto è animato da un fuoco perpetuo, da un'energia inesauribile. Ama l'avventura, è un perpetuum mobile, passionale in amore. E' brioso, curioso, istintivo, impulsivo, amante dell'avventura, della libertà, delle novità. E' sempre alla ricerca di qualcosa! Gilberto è vigoroso, agonistico, grandioso nelle sue aspirazioni e, soprattutto, ottimista! Sente impellente il bisogno di esplorare nuove galassie, nuovi mondi, nuove relazioni. Di certo non è monotono. Per la sua libertà è disposto a tutto. La macchina per lui? Una Ferrari rosso fiammante, velocissima! Gilberto è disinvolto in qualunque ambiente venga coinvolto. Aborrisce gli stereotipi esistenziali. Con l'altro sesso è travolgente. Se invita una donna per un drink, capita, molto sovente, che questa si ritrova ipso facto nella sua torrida alcova a dover far fronte ad infuocate, erotiche istanze! Gilberto, ovvero una fucina di idee innovatrici e di variopinte fantasie!
***
Trilogia poetica
01) Al Mare
02) ...il mio amor per questo mare,
03) Chimere marine
*
Al mare

Oh equoreo spazio immenso!
Come un’arcana entità
ti guatano i miei occhi!
Calma ed infinitamente atra,
non sciente della mia ambascia
e tuttavia partecipe.
Nei penetrali della tua quiete
del Sommo Artefice
scerno io l’Eccellenza
ed un’impressione di serenità
pervade la mia anima!
*
...il mio amor per questo mare

E non conosce il tempo,
il mio amor per questo mare,
e per il misterioso suo orizzonte,
così alieno, così lontano,
che nell’ignoto m’impedisce di sondare.
Sto seduto su uno scoglio e ad occhi aperti sogno.
Sogno, sconosciuti e luminosi paradisi,
oltre il bacio del cielo col mare,
ed una grande luce, e un’infinita pace.
Ora, non più col sogno, ma col pensiero volo,
fino a dove la mia anima sta lì lì per sbigottire.
Ed ecco, tra i flutti appare un viso,
tra i flutti aromatici e verdi, e azzurri e blu.
E’ la gran calma o l’infinita pace!?
E rivedo me bambino, e gli anni andati,
e la vita mia che scorre.
E risento il suo sapore,
che il mare mi ricorda e mi ricorda il mare.
Dolci emozioni, nostalgici ricordi.
Si strugge il cuore mio.
E umana, e soave, di lei è la voce,
al risveglio dall’incanto.
*
Chimere marine

Di quei giorni miei bambini,
più preziosi dei rubini,
indelebilmente reco,
ancor dell’onde sento l’eco,

sculte nella mente,
lucida e fremente,
le luci mistiche di quei tramonti,
ch’eran di fiaba, di fantastici racconti!

Luci deliziosamente intrise,
repentine ed improvvise,
d’indaco, di rosa e pur di viola,
o come i fiori gialli di corniola!

E mi ricordo,
in piedi del mar sul bordo,
con pennelli fabbricati di brezza,
che scorrevan lievi come una carezza,

davo corpo a chimere marine,
trasparenti e alabastrine,
e respiravo gli oleandri rosa e bianchi,
che nascondevan d’argilla que’ calanchi,

che insieme alla brezza di salsedine pregna,
fino a laggiù, dove la pace regna,
inebriavano il sole che si spegneva nel mare,
delle tenebre preparando l’altare!

Ed avevan l’aspetto,
era quello l’effetto,
di arcane entità i cupi scogli,
brulli di vita e di germogli,

lievemente blanditi dai marosi,
che li avevan ormai corrosi!
Tra i lor spuntoni caldi di sole ancora,
m’avventuravo allora,

dietro a qualche scorpione,
ora in ginocchio, ora carpone!
E poi, corruscava l’orizzonte,
come, al mutar color, camaleonte!

Ora come d’autunno di foglie un prato,
o come le fiamme di un fuoco appena appiccato!
Ora come un grigio, argenteo metallo,
o rosso quasi, come la cresta d’un gallo!

Intanto le brezze morenti
e le tranquille correnti,
di quei tramonti sperduti,
di quei momenti goduti,

consegnavano all’oblio,
con un dolce rollio,
ogni ricordo di quei miei paesaggi,
ogni bottiglia per il nulla contenenti messaggi!

Di luce le ultime rifrazioni,
di sfumature nel color arancioni,
a dileguarsi andavano man mano,
delicate come voci di mezzo-soprano!

E così, volando del tempo tra i meandri,
torno ogni tanto da quegli oleandri,
e ridipingo variopinte chimere,
e rivivo le stesse atmosfere!
***

 

 

 

 

 

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Published on e-Stories.org on 02/04/2015.

 

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