Gabriele Zarotti

La maledizione di Gutenberg.


(Un libro è come un viaggio. Prima di iniziarlo, sarebbe bene farsi un'assicurazione sulla vita.)
                                                                                                                                                                                                          
 
 
         La stanza era al buio.  Solo un  raggio di sole, compatto come un laser, entrava dal piccolo buco al centro di uno scuro. Nel suo procedere senza indugi, andò a colpire uno specchio, rimbalzò contro l’elsa di una spada appesa alla parete, per stamparsi dritto dritto sulla palpebra sinistra di  Giovanni Vanishing, ancora immerso in un sonno comatoso. Infastidito da quel calore, l’uomo, nel tentativo di  scacciarlo, cominciò ad agitare in aria la mano, come si trattasse di una mosca. Visto che ogni sforzo risultava vano, alla fine si arrese, e aprì,  seppur controvoglia, prima un occhio poi l’altro. Rimase così, le pupille sbarrate, per alcuni, lunghi minuti. Mentre il cervello tardava a carburare.
        Doveva procedere a piccoli passi, per evitare la solita emicrania.  Prima di tutto era di vitale importanza realizzare, in modo inequivocabile, che non stava sognando. Poi, mettere  bene a fuoco dove si trovava, visto che la schiena dubitava fortemente  trattarsi del letto di casa. Quando la nebbia che avvolgeva i solchi dei due emisferi si diradò, le sinapsi fecero contatto, i neuroni cominciarono a comunicare, tutto fu chiaro. Si trovava a Magonza. Quanto al perché, lo scopriremo in seguito.
        Uscito da quello stato di incertezza, si accorse di  avere un grosso peso  che metteva a dura prova il diaframma. Accese la luce, abbassò lo sguardo, e vide, davanti a sé, un tomo aperto, rovesciato, che si ergeva al centro del suo corpo come una montagna. Tanto voluminoso da inibirgli il panorama dal pisello in giù.  Era il libro che stava leggendo prima di sprofondare nel sonno. Una mappazza di oltre duemila pagine. Tutte le certezze acquisite fino a quel momento entrarono improvvisamente in crisi. Anche perché la cosa si stava ripetendo, sempre identica, già da alcune mattine. Il cuore cominciò a pompare a mille. Calma e sangue freddo, si disse. Ricapitoliamo... Adesso doveva rifare il percorso, convincersi di nuovo di essere lì, non solo in spirito, ma in carne e ossa. Si toccò il petto. Pizzicò prima la guancia, poi un capezzolo.  Infilò una mano nei boxer. Rovistò un po’ tra quelle reliquie. Pensò che magari, per trovare conferma, avrebbe potuto  gridare: - Miss K... Miss K... Miss K! - Come usava abitualmente chiamare, un po’ goliardicamente, Frau Kunigunde che, non capendo il doppio senso, sorrideva come una bambina di settantanni - La prego, entri. Le dispiace mettere una mano qui dentro, e dirmi se tutto è conforme? Io non mi ci ritrovo mica, sa! - Ridacchiò tra sè e sè, non senza provare un po’ di vergogna per quel cedimento al suo lato più infantile.
        Proprio in quel momento, colmo della sfiga, la luce si fece tremula.  Dopo un secondo, la lampadina esalò l’ultimo barbaglio. A questo punto si alzò, tentò di guadagnare il bagno nella semioscurità. Ma dato  che l’assetto non era  ancora perfetto, col mignolo del piede sinistro andò a sbattere contro la gamba  dello scrittoio. L’urto fu cosi violento che non riuscì a trattenersi : - Ahiaiahi,ahiaiahi... ahio,ahio, ahio... ohi,ohi,ohi... uh,uh,uh... cazzo,cazzo,cazzo... puttana vecchia, porca,troia... te,tua nonna, e quella vacca della zia del babbo... Madonna bo.. Lady Gaga e Saint Tropez ...uhi,uhi,uhi... boia che male!  Nonostante quella valanga di versacci e scomposta sequela di moccoli, tutto sommato, era contento. Sì, perché il dolore era la  riprova che  lui c’era.  Era lì.  In corpore vili et claudicans. Ma c’era.
        Per renderci conto del perché di questo comportamento passibile di camicia di forza, dobbiamo tornare alle radici della nostra storia. Anzi, alla sua pre-istoria.         
        Giovanni Vanishing era professore di Psicologia della Lettura in aspettativa. Era nato accidentalmente da un’italiana e un americano. La mamma, pure lei insegnante, era morta da poco; il babbo, uno scrittore postmoderno, autore molto controverso di romanzi che si potevano collocare tra Pynchon e De Lillo, si era dato da un pezzo. Il suo essere frutto ibrido vi dice il perché di quel mix poliglotta: Giovanni Vanishing. Da circa un mese stava collaborando, in via  del tutto segreta, con l’Interpol.
        Eravamo ormai prossimi alla metà del terzo millennio e i libri di carta erano sul viale del tramonto. Per la precisione, al capolinea. Tanto che perfino la frase parli come un libro stampato era finita ormai da tempo al macero. Una delle ultime opere ad essere pubblicate era stato  il tomo che, da un po’ di giorni, ad ogni risveglio, minacciava le sue frattaglie: La maledizione di Gutenberg. Con Gutenberg era iniziata la diffusione dei libri palpabili e, in un certo senso, con Gutenberg finiva.   
        Come già accennato, si trattava di un romanzo ponderoso, di oltre duemila pagine. Tante, direte. Forse troppe. Ma, visto che erano gli ultimi botti, i libri pubblicati in quel crepuscolo erano tutti  molto più lunghi della norma, per marcare la differenza nei confronti di una certa anoressia delle opere  così dette - non senza un certo disprezzo - virtuali. E che, con il loro screen-style, parente stretto del net-style, ormai infestavano televisori, computer, tavolette, cellulari, megaschermi di megastore, stazioni, biblioteche, incroci stradali, fast food, negozi, ospedali. Senza contare quella miriade di piccoli schermi che popolavano carrozze della metro, bus, vagoni ferroviari, motel, studi dentistici, ginecologici, psicoanalistici, barberie, coiffeurie, auto, camion, circoli dopolavoro, cessi pubblici e privati. Tutta roba fast-reading, da consumarsi rapidamente, senza grossi problemi. E troppo impegno. Uno sguardo e via, sotto un altro! Gli autori sfornavano a getto continuo. Dieci, venti, trenta racconti la settimana. Tutti candidati al premio Speedy Gonzales. Un intero romanzo (si fa per dire, perché - se andava bene - il prodotto raggiungeva le cinquanta pagine) in quindici giorni. Chi scriveva sembrava pagato a cottimo. Più attento a scrivere per un potenziale medium, a soddisfare i gusti di un certo pubblico, che esprimere se stesso.   Talvolta, poteva anche capitare che, per sbaglio, azzeccasse qualcosa di degno. Ma raramente i personaggi avevano quella rotondità, spessore, profondità tali da fissarsi nella mente. Da prenderti e tirarti dentro. Coinvolgerti per davvero.  Dov’era la linfa vitale? Come facevano a scattare l’empatia? L’amore? L’odio? Una persona impiega almeno vent’anni a formarsi. Come può un personaggio mostrare la sua vera anima in poche righe?  D’altronde, perché stupirsi?  Tutto ciò rispecchia! va la so cietà del momento. Basti pensare all’inconsistenza e caducità di sentimenti e valori che andavano per la maggiore per farsi un’idea. I lettori ingurgitavano questa roba a getto continuo. Divoravano di tutto: racconti dal respiro di striminziti temi scolastici, poesie da adolescenti, o aforismi da cioccolatini. Come pacchetti di Pringles,  o sacchi di pop corn.  Mai sazi. Sempre più affetti da obesità da parola scritta. Non si poteva certo dire che la gente non leggesse.  E soprattutto non scrivesse.
        Le case editrici. Quelle belle case editrici che ci avevano educati, tra l’altro, ai  classici, erano sparite. A volte erano rimasti solo i nomi. Come luce che arriva da stelle ormai defunte da secoli.  Quelle poche che ancora svolgevano qualche attività, praticavano, senza passione alcuna, ciò che nell’arte del marketing si chiama n’do cojo cojo. Scaricavano sul mercato tutto ciò che aveva anche una vaga parvenza di Letteratura e, se andava, aveva le gambe. E, più veloce della luce, quest’abitudine stava contaminando le altre arti. Il cinema, prima di tutto. Non si produceva più nulla che durasse le due ore canoniche. Nelle sale si proiettavano  solo blocchi di corti.  Nel migliore dei casi: a tema. Raramente emergevano p-e-r-s-o-n-a-g-g-i,  c-h-a-r-a-c-t-e-r-s, da portare ad esempio di qualche vizio o virtù. Si trattava quasi sempre di figure appena abbozzate. Protagonisti senza mordente, né capacità di attrazione. Insomma, ogni manifestazione artistica sembrava affetta da questa povertà e stitichezza espressiva.  Fretta di concludere, sindrome da spot pubblicitario, telegrafismo da sms, non facevano che far proliferare opere bonsai. Manufatti di un pensiero minimo che, come nascevano, morivano. D’altronde: solo un diamante è per sempre.  Ma questa è un’altra storia.  In tutto ciò, Vanishing e l’Interpol cosa c’entravano?
        Nell’ultimo decennio si era registrato, in quasi tutti i paesi, lo stesso fenomeno: la misteriosa sparizione di persone che non avevano lasciato la minima traccia di sè. Cosa sempre accaduta, ma non con quella sistematicità, frequenza, e soprattutto in quella quantità. Si trattava di centinaia e centinaia di individui, di entrambi i sessi che, dall’oggi al domani, non c’erano più. Svaniti nel nulla. Le loro dimore erano in ordine, non rivelavano nessuna traccia che potesse far supporre un rapimento, un omicidio, un suicidio... una frettolosa fuga dal mondo. Le polizie dei vari paesi non sapevano  che pesci pigliare, dove sbattere la testa. Non potevano certo prestar fede a chi sosteneva fossero vittime degli alieni. E anche in questo caso, comunque, gli investigatori non avrebbero saputo da che parte cominciare. Dove andare a frugare, visto che i viaggi interplanetari erano ancora di là da venire.
        Un bel giorno, in tutto il mondo, si diffuse la notizia che uno stampatore di Magonza se ne era uscito sostenendo che le sparizioni si dovevano - udite udite - ad una sorta di anatema che avrebbe lanciato Gutenberg. Sì, proprio lui. Il padre della stampa di massa. Apriti cielo! L’incauto ometto fu investito da tanti di quegli insulti, minacce, risate di scherno - nel migliore dei casi - che dovette sprangarsi in casa per alcuni mesi. Subito bollato come pazzo furioso, da internare per direttissima, non foss’altro per il vile tentativo di speculare su tanta disgrazia. In effetti, un giorno, prelevato dalla polizia, fu sottoposto ad una sfilza interminabile di interrogatori di terzo grado, e un’infinità di minuziosi esami da parte di psicologi e psicanalisti di grido. Tutti furono concordi: il poveretto stava uscendo di senno perché la sua attività non aveva futuro. Il caso sembrava liquidato. Un bel cazziatone misto a qualche ceffone; la diffida a non riprovarci più; oltre alla visita quotidiana di un assistente sociale, fino al resto dei suoi giorni. Una cosa, però, del suo interrogatorio aveva suscitato l’interesse di Giovanni Vanishing: il fatto che lo stampatore sosteneva, inascoltato e deriso, di avere prove tangibili di quanto affermava.
        In pratica, le persone che sparivano venivano inghiottite. Inghiottite dai libri che stavano leggendo. Entravano nella trama narrativa, la modificavano, sempre in modo non determinante per il plot di base, e non ne uscivano più. La prova? I libri si espandevano tanto più quante più persone inghiottivano. O quanto più le persone entravano in risonanza con la storia, vi partecipavano, e influenzavano il testo. Spesso come semplici comparse; talvolta, in ruoli di un certo rilievo. Stando alle sue dichiarazioni, qualche volume era arrivato ad aumentare le pagine fino al dieci, venti per cento in più rispetto all’edizione fresca di stampa. Ma questa cosa era tanto assurda che nessuno aveva pensato di verificarla. Né i lettori se ne erano accorti. Giovanni, che era uno scettico pragmatico, ma aperto a tutto, purché sperimentato, colpito dall’apparente sincerità dell’uomo, decise di approfondire. Forse tra libri e persone scomparse un nesso c’era. Magari non così surreale, ma c’era.  Contattò l’Interpol, manifestò il suo interesse al Caso Gutenberg - come era stato battezzato in codice - e illustrò il suo progetto. Nonostante nessuno dei responsabili credesse minimamente alla delirante spiegazione del tipografo, dopo essersi consultati con capi di governo, ministeri degli interni, della cultura, e servizi segreti dei vari Paesi, alla fine decisero di assecondarlo. Certi che le rivelazioni fossero la più grande bufala del secolo, grottesco parto dell’uomo più pazzo della Storia, e che le ricerche di Vanishing lo avrebbero dimostrato una volta per tutte.  Così, finalmente, i media avrebbero chiuso le loro boccacce; l’opinione pubblica si sarebbe data una calmata; le autorità avrebbero studiato una strategia per far cessare le chiacchiere, e mettere la sordina al caso delle misteriose sparizioni. Gli inve! stigator i presero l’intero dossier, e lo mollarono in gran fretta, felici di poter sbolognare una patata così bollente. Sulla copertina, una mano perfida e burlona aveva aggiunto a penna: passare alla sezione paranormale! Ci voleva altro per demoralizzare Giovanni che, ottenuto l’incarico, partì lancia in resta. Chiese all’Interpol di avere i libri rinvenuti nelle abitazioni dei desaparecidos, e si mise al lavoro. La cosa aveva bisogno naturalmente di un po’ di tempo, considerata la portata globale del fenomeno. Mano a mano i testi arrivavano, venivano registrati, catalogati, e sistemati in un’ala della biblioteca comunale della città, messa gentilmente a disposizione per l’occasione. Il mattino, di buon’ora, Giovanni si recava al lavoro e cominciava a ordinare i libri. Terminata questa fase, li avrebbe confrontati con edizioni vergini, ancora cellofanate, che gli sarebbero state fornite dalle case editrici. Lavoro immane, ma che sembrava appassionarlo come non mai. Aveva da poco iniziato la sua ricerca, che fu raggiunto dalla notizia che il bizzarro tipografo magonzino versava in gravi condizioni. Tutte le pressioni subite  avevano inferto un duro colpo alla sua salute.  Giovanni verificò se fosse in condizioni di parlare e, nel caso, se avrebbe accondisceso ad incontrarlo. Ricevuta risposta affermativa, mollò tutto e, senza nemmeno fare le valigie, schizzò come un razzo sulle sponde del Reno.
       
        La stanza era in penombra, Gustav Ziegler era a letto. Uno di quei letti d’ospedale, che possono assumere qualunque posizione, comprese quelle del Kamasutra. Stava fissando uno schermo piatto sulla parete. Tutto intento a leggere la Bibbia: Gesù processato davanti ai sacerdoti. Un odore acre, di legno e inchiostro, apparentemente estraneo a quel luogo, si aggirava per il locale.
        - Buongiorno, signor Ziegler, sono Giovanni Vanishing.
        - Oh... il professore... l’unica persona che si è degnata di prendere in considerazione le mie dichiarazioni... sono contento di vederla. Venga, sieda qui vicino... faccio un po’ fatica a parlare. Mi stanco in fretta.
Stringedogli  la mano, fredda, ruvida e un po’ incartapecorita, di certo per l’età, Giovanni sentì il bisogno di tranquillizzarlo:  
        - Vada con calma... non ci corre dietro nessuno. Se non se la sente, posso tornare...
        - No, no... è che ogni tanto faccio qualche pausa extra... abbia pazienza. Così, lei sta mettendo le mani in questa brutta faccenda. Sta verificando i libri, vero?
        - Ho iniziato da poco. Per adesso li sto radunando...
        - Ha già trovato qualcosa?
        - Ancora no, sono solo quindici giorni...
        - Vedrà che fra non molto...
        - In effetti  sono qui  per saperne di più. Come ha fatto a scoprire...
        Giovanni, per mettere Ziegler a suo agio, si mostrava attento ma rilassato. Non lo incalzava, voleva comunicargli fiducia, partecipazione, dargli la sensazione di credere alla sua buona fede. Che la sua versione dei fatti, se non certa, era almeno possibile. Di tanto in tanto, però, veniva distratto da  quell’intenso odore di corteccia d’albero, metallo, e bacche di ginepro.  Anche gradevole, solo fosse stato meno intenso. Forse usciva dalla bocca dell’uomo.  O, magari, emanava dalla sua pelle. Che per una vita aveva respirato aria di  tipografia.
        - Mettiamo subito in chiaro che Johannes Gutenberg con la così detta “maledizione” non c’entra nulla, il poveruomo. Almeno direttamente.  Sì, certo, pare che un giorno, dopo notti e notti passate al torchio per stampare la Bibbia, abbia sclerato, urlando a un cliente che lo aveva fatto uscire dai gangheri: - Tu possa essere inghiottito da un libro, maledetto! - Ma da questo a quello che sta accadendo ne passa... non le pare?
        - Se dovessimo citare per danni tutti quelli che mandano un anatema, mezzo mondo finirebbe nelle aule dei tribunali - commentò Giovanni.
        - Dicevo... sono lì che mi sto preparando alla stampa di un libro, che mi capita tra le mani un documento. Un manoscritto ritrovato durante gli scavi all’università. Il magnifico rettore, sparito anche lui in circostanze misteriose, aveva avanzato l’ipotesi fosse opera di Nostradamus.  Conteneva, fra le tante, una quartina che, secondo lui, poteva essere interpretata come la predizione delle incredibili sparizioni:
                                    Allorché il gran renano tracce più non  lascerà
                                   molte  genti  avran  tristo  destino.  
                                   Vagheran tra nuove eppur ristrette sponde
                                   invano in cerca di una via per tornare.  
Sulle prime, come tutti, pensavo si trattasse di uno scherzo. Tanto che, solo a pensarci, mi mettevo a ridere a crepapelle. Poi, visto che nessuno si decideva a controllare - neanche per burla - i libri, ho voluto togliermi lo sfizio: verificare. Ne ho confrontati alcuni, quei pochi che sono riuscito a recuperare, e da allora non ho più avuto pace. Non c’è stata notte che non sia stato visitato dagli incubi più spaventosi. Non potevo guardare un libro nemmeno da lontano. Né sentirlo nominare. Questo è!  Per quanto possa valere, le do la mia parola. A proposito, ci tengo a precisare, che non ho mai parlato di “maledizione”, semmai di “profezia”. Sono stati i media che ci hanno ricamato sopra, fino a scomodare addirittura il mago Ulrico di Magonza, una sua presunta maledizione, Gutenberg, e tutte quelle balle, su cui hanno vissuto per mesi, attribuendole a me.  Con il risultato di creare un gran casino e basta.
        - Caro Gustav, la posso chiamare per nome, vero?
        - Certo! Ci mancherebbe!
        - Mi spiace davvero, capisco quello che prova. Nel loro correre senza controllo, le parole, le voci, si ingrossano e deformano spesso a dismisura. Da una verità piccola così - disse mostrando pollice e indice che quasi si toccavano -  può uscire una  menzogna gigantesca. In ogni caso, per quanto mi riguarda, vaticinio o maledizione non fa molta differenza. Quello che devo stabilire è se i fatti - ammetterà un tantino incredibili - siano veri o no. Accaduti o meno. Vede, per dirla tutta, la mia formazione mi impedisce di accettare un fatto simile, non solo perché in sé assurdamente abnorme, ma soprattutto perché non ho avuto modo di toccare con mano. Lei sa che un racconto, un romanzo, una poesia sono luoghi aperti al pubblico, dove il visitatore entra - metaforicamente s’intende - con tutto se stesso: conoscenze, fantasie, gioie, dolori, tic e tabù, e vive un’esperienza unica. Coglie spesso cose che un altro non vede, o vede in modo diverso. In pratica, dentro quei luoghi, ognuno di noi partecipa e interagisce con la sua intelligenza, emotività, cultura. Quindi ogni libro finisce per essere molto, molto di più di ciò che l’autore ha scritto. E, strada facendo, assume una dimensione - in senso figurato s’intende - che forse l’autore stesso nemmeno s’immaginava. Fin qui tutto normale. Che io sappia, ad oggi, l’unico effetto “strano” che può produrre un’intensa partecipazione emotiva del lettore al racconto è una momentanea perdita d’identità... una forte immedesimazione con un personaggio, una situazione. Una sorta di sindrome per cui si esce dalla visione esterna dei fatti narrati, e ci si sente protagonisti, attori dentro la fabula, nella sua dimensione virtuale, fantastica... Ma l’effetto dura poco, almeno per quello che ne so.  Insomma, più che di maledizione o pre! dizione di Gutenberg, si potrebbe parlare, al massimo, di sindrome di Gutenberg.  Fatto certo eccezionale, ma ampiamente provato.
        A questo punto, Giovanni, che aveva la sensazione di essere stato un po’ troppo drastico, si affrettò ad aggiungere: - Però, prima di dire una parola definitiva... - intendendo che, prima di escludere una possibilità, per quanto assurda, avrebbe aspettato il risultato della ricerca. Ziegler, che fino a quel momento stava ascoltando con grande interesse, cominciò a dare segni di cedimento. Fece solo in tempo a dire : - Sia cauto, Giovanni... faccia attenzione! - poi chiuse gli occhi, si addormentò. Giovanni gli abbassò lo schienale, gli rimboccò le coperte, e uscì dalla stanza.
        Stava imbrunendo e doveva cercare un posto dove passare la notte. Era più confuso di prima. Non solo non aveva fatto nessun passo avanti, non aveva niente di concreto a cui aggrapparsi, ma gli sembrava di essere tornato indietro di alcune caselle. Non gli restava che rimettersi al lavoro sui libri.  Solo per una cosa era valsa la pena di venire a Magonza:  guardando Ziegler negli occhi, osservando i suoi gesti, ascoltando il tono della sua voce, era certo che diceva la verità. O, meglio, che l’uomo era sinceramente convinto che quella fosse la verità. Quanto al suo stato d’animo, era agitato.  Sempre più spesso attraversato da pensieri surreal-paranormali: quel fenomeno, assurdo e impossibile da concepire per la nostra mente, per le nostre conoscenze, per le nostre esperienze, ammesso avesse trovato conferma, era opera di magia? Stregoneria? Mutazione materica? Forse un buco nero? Davvero opera di una maledizione? Effetto di un incantesimo? Costrizione o scelta individuale? Strada per la salvazione, via di fuga da un mondo che andava rapidamente scomparendo per cedere il posto a un altro troppo diverso, e soprattutto troppo arido, superficiale, e alienante per continuare a viverci?
        Lungo la Grazer Strasse fu attirato da una luce. Si trattava di una vecchia libreria. La vetrina era piena zeppa dell’ultimo best seller: La maledizione di Gutenberg, di certo Jonathan Terminus. Autore che non aveva mai sentito nominare! Sembrava uno di quei thriller storico- esoterici che erano andati così di moda tra la fine del secolo scorso e il primo decennio del duemila. Senza dubbio, usciva con un tempismo davvero impressionante.  Entrò, chiese se fosse possibile averne una copia in italiano.  Pagò con la carta di credito e fece per andarsene. Ma, appena sulla porta,  si girò.
        - Ah, saprebbe indicarmi un albergo,  qui vicino?
        - Perché non prova da Frau Kunigunde, ottime camere e abbondante colazione al mattino. Meglio di un cinque stelle. È proprio qui a due passi, svoltato l’angolo.
        Trascorse il giorno seguente al museo Gutenberg, rimuginando su tutta la faccenda. E i due giorni successivi all’università, sperando di parlare con qualcuno a cui strappare qualche informazione, qualche indizio utile. Alla fine si arrese e, nel tentativo di liberarsi da quei pensieri che incombevano sulla sua mente come un tetro presagio, dedicò alcuni giorni a divagazioni turistiche per la città, tra suggestive vestigia romane e caratteristici vicoli del centro. Questo lo aiutò ad allentare un po’  tensione e delusione.
        Era ormai una settimana che si trovava a Magonza e ora, chissà perché, la fretta di tornare a casa stava svanendo. Forse l’aria della città, quell’atmosfera sospesa tra passato e presente, l’ottimo vino, la magia del Reno...  Quella sera rientrò verso mezzanotte, dopo aver cenato in un ristorante tipico. Trovò Frau Kunigunde in salotto, che dormiva della grossa. Fischiava e borbottava come un bollitore sul gas. Fece le scale in punta di piedi, e si ritirò nella sua stanza. Bevve il bicchiere della staffa, si spogliò in gran fretta nel bagno.  Poi si infilò sotto le coperte. Si sentiva un po’ strano, aprì il libro. Un forte profumo di cellulosa, con aggiunta di un vago fondo di ferro, misto a resina,  corse al galoppo su per  il naso, come una sniffata. Riprese a leggere da dove si era addormentato la sera prima. Quelle parole, soprattutto la situazione, sembravano avere un ché di familiare...
 
 
pag.777
       
       "La stanza era al buio.  Solo un raggio di sole, compatto come un laser, entrava dal piccolo buco al centro di uno scuro. Nel suo procedere senza indugi, andò a colpire uno specchio, rimbalzò contro l’elsa di una spada appesa alla parete, per stamparsi dritto dritto sulla palpebra sinistra di  Giovanni Vanishing, ancora immerso in un sonno comatoso. Infastidito da quel calore, l’uomo, nel tentativo di scacciarlo, cominciò ad agitare in aria la mano, come si trattasse di una mosca. Visto che ogni sforzo risultava vano, alla fine si arrese, e aprì,  seppur controvoglia, prima un occhio poi l’altro. Rimase così, le pupille sbarrate, per alcuni, lunghi minuti. Mentre il cervello tardava a carburare.
        Doveva procedere a piccoli passi, per evitare la solita emicrania.  Prima di tutto era di vitale importanza realizzare, in modo inequivocabile, che non stava sognando. Poi, mettere  bene a fuoco dove si trovava, visto che la schiena dubitava fortemente  trattarsi del letto di casa. Quando la nebbia che avvolgeva i solchi dei due emisferi si diradò, le sinapsi fecero contatto, i neuroni cominciarono a comunicare, tutto fu chiaro. Si trovava................................................................................."
 
       
        Tutt’un tratto Giovanni Vanishing vide avvicinarsi un indice gigantesco, col polpastrello un po’ umidiccio, come appena umettato per voltar pagina. Un forte odore di carta riciclata e inchiostro da stampa gli invase le narici, poco prima che un punto fermo gli venisse incontro minaccioso come il diretto di un pugile, e il numero 777, con cifre alte come un uomo, gli sfiorasse il naso. Il cuore gli finì in gola. Avrebbe voluto gridare, ma non gli usciva suono. Sentì la pagina vibrare, torcersi, l’angolo destro curvarsi, arrotolarsi quasi volesse avvolgerlo come un arrosto. Mentre intorno si faceva via via sempre più buio. Come una nube nera che avanza, inesorabile, in una vallata. Per fortuna l’immenso foglio, sostenuto e rallentato da un alito di vento, si distese, e accompagnato da un lungo fruscio, gli scivolò sopra coprendolo tutto.  Come un lenzuolo.  E poi più niente.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

All rights belong to its author. It was published on e-Stories.org by demand of Gabriele Zarotti.
Published on e-Stories.org on 02/08/2015.

 

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