Gabriele Zarotti

Il tarlo di Joannes.



(L’ispirazione non ha limiti né confini.)
 
 
         Alzi la mano chi non è mai stato sollazzato dal  ritmico e volubile  rodìo di quell’avido e vile insetto che passa la vita nascondendosi,  senza mai alzarsi da tavola. Più che  un rumore, potremmo definirlo un vero e proprio  verso. La sua voce. Il suo modo di esprimersi. Di comunicare. Come il frinire di grilli e cicale; il ronzare di zanzare, mosche e calabroni; lo zillare di cavallette; il gracidare di rane; il bombire di api; il pulpare di avvoltoi; lo stridire di civette; il gracchiare di cornacchie; il bubolare di gufi; il grugare di piccioni; il goglottare di tacchini… Tutti suoni che appartengono a quel vasto repertorio di voci della natura che ci straziano come tormentoni o ci deliziano come concerti, a seconda dei luoghi e della nostra disposizione d’animo. Ma questo poco interessa, perché la nostra storia parla d’altro.
       
        Era stata una giornata faticosa perciò, la sera, si era infilato sotto le coperte che fuori c’era ancora un po’ di luce. Il borgo era immerso in un silenzio ovattato. Profondo.  Interrotto, qua e là, dall’improvviso miagolio straziato di un gatto in fuga, o dal latrare sgraziato di un randagio. In lontananza. A perdersi nei campi. E in questa atmosfera crepuscolare, così prossima alla morte, i pensieri danzavano nella mente. Talvolta leggeri e veloci come il battito d’ali di un colibrì. Spesso lenti e armoniosi come le movenze  di un cigno. A poco a poco il fluire si fece sempre più rarefatto, fino a cessare. Ma quello che sembrava silenzio assoluto era adesso rotto da un rumore familiare. Un tarlo, nascosto chissàdove, stava mangiando a quattro palmenti. Ininterrottamente. Senza prender fiato. Come fosse in arretrato di mesi. Quel rodìo aveva qualcosa di particolare.  Sembrava diverso da tutti quelli che aveva udito fino ad allora. Forse i tarli del luogo possedevano una diversa sonorità. O forse il legno che stava demolendo era diverso da quelli delle foreste così  familiari a Joannes. Fatto sta che  non gli riusciva di prendere sonno. Decise allora di alzarsi. Vagò un po’ in quello spazio angusto, senza meta. La luna faceva capolino tra gli alberi e illuminava tutta la stanza con la sua luce bluastra.  Filtrata dai vetri, dava a mobili e suppellettili  quel risalto tipico della porcellana di Sèvres.
        Guardò, scorrendole, le travi di legno per cercare di capire da dove provenisse il rumore. Accese il lume e percorse con la mano i mobili, per individuare dove si nascondesse l’ingordo insetto. Difficile stabilirlo. Ci sarebbe voluta un’ ispezione più accurata che l’ora e le energie non consentivano. Soffiò sul lume: la luce lo distraeva dall’ascolto. Un intenso odore di  grasso animale bruciato gli invase le narici. Storse più volte il naso e si avvicinò al clavicembalo. Un bell’esemplare in legno di cipresso. Probabilmente di artigianato veneziano. Si sedette cercando di fare meno rumore possibile per non disturbare e interrompere quella grande bouffe. Stette così, immobile, per un tempo che gli sembrò un’eternità. Poi le mani sfiorarono la tastiera. Il tarlo ammutolì. Joannes trattenne il respiro. Il tarlo riprese la sua attività. A quel punto  sorrise, assalito da uno di quei bizzarri pensieri che il suo lato giocoso spesso gli ispirava, ma poi decise di tornarsene a letto. Si addormentò in un lampo, con il sorriso sulle labbra.
       
        Il mattino seguente  si mise al lavoro di buona lena e di buon umore. Lui e il padre avevano deciso di fermarsi in quella locanda nei pressi di Parma prima di raggiungere Bologna, dove sarebbero stati ospiti del Conte Pallavicini. Joannes compose per tutta la mattinata.  Verso le due si fece portare un brodo con alcuni anolini e una mela. Una bella mela rubizza che sbucciò, ricavandone una lunga, profumata spirale. La rimirò a lungo facendola andare su e giù col lento movimento della mano, mentre intonava compiaciuto un’aria leggiadra a bocca chiusa. Scese per una breve passeggiata tra  filari di viti e pioppi;  si riempì i polmoni di quell’aria settembrina, di quei profumi delicati, e riprese il suo posto al clavicembalo fino a tarda sera. Stanco ma soddisfatto per quanto la giornata  gli aveva regalato. Bevve un bicchiere di latte,  spiluccò un po’ di torta di mandorle e stette per una buona mezz’ora davanti alla finestra, a guardare il cielo. Poi, tolti svogliatamente gli abiti,  li abbandonò sul pavimento di legno e si infilò sotto le coperte. Era lì lì per cedere al sonno quando… crun … crun… crun ...il tarlo  riprese la sua lenta, inesorabile sinfonia.
        Perché, a ben ascoltare, aveva una sua musicalità. Andava un po’ sgrezzato ma possedeva un certo non so che… Ben guidato ne sarebbe potuto uscire qualcosa di buono. Assomigliava vagamente alla voce di un… un contrabbasso. Ecco, sì, un contrabbasso! Questo strumento aveva corde molto grosse che non gli consentivano di emettere suoni gradevoli, alla pari degli altri Archi. Era uno strumento incompreso. Trascurato. Troppo in ombra per il suo potenziale. Lentamente, l’idea  dell’altra notte tornò a fare capolino nella sua mente. Non poteva lasciarsi sfuggire quel momento. L’ispirazione, per gli artisti, si accompagna sempre ad una certa urgenza. Intravisto una sentiero, vi si buttano a capofitto. Scostò di lato le coperte, si mise a sedere di scatto, e cominciò a scrutare il soffitto alla ricerca della sorgente sonora. Sapeva che era una impresa assai ardua ma, mentre cullava l’ illusione di individuare l’ingresso del piccolo cunicolo, cercava di dare sempre più dignità musicale a quel rumore. Ruotò il busto verso la sponda del letto e le gambe seguirono. Sempre con occhi e orecchi diretti verso l’alto, i piedi iniziarono la ricerca delle pantofole. Alla cieca. Prima una, poi l’altra.  Adesso era in piedi. Si diresse a memoria verso il clavicembalo con passo felpato. Anche se l’assito tradiva i suoi spostamenti. Si sedette e cominciò a eseguire accordi sulla tastiera. Al suono dello strumento,  il crun-crun cessava. Quando le mani si fermavano, il crun-crun riprendeva. Joannes stava cercando di imbastire un duetto con l’avido e  ignaro coinquilino. Lo stava cooptando in una sorta di  concerto per clavicembalo e tarlo.  Un nuovo, bizzarro progetto stava a poco  a poco prendendo corpo.
        Joannes stava  cominciando ad accarezzare l’idea, seguendo il suo ideale classico di armonia, di dare al contrabbasso grazia e personalità. Fare in modo che potesse vivere  una sua vita propria. E non rimanere relegato alla funzione di appoggio ai violoncelli. Voleva che disvelasse la sua essenza, la sua vera anima. Aveva deciso di liberarne la voce dalla schiavitù. Darle dignità umana.  Quel tarlo era stato l’ignaro suggeritore, la scintilla che aveva acceso la sua immaginazione. Per quella notte poteva bastare, il seme era stato gettato. Adesso non si doveva avere troppa fretta. Bisognava lasciare decantare, sedimentare, per poi elaborare. Con calma. Chi fa in fretta, ha disdetta. Era un modo di dire che aveva imparato lì, in quel borgo della campagna parmense. E lo aveva fatto suo. Non solo i suoni  puri lo affascinavano, anche le parole, suoni anche loro. Suoni che trasportavano  il loro carico di significati. Spesso prezioso. Talvolta pieno di saggezza. Tornato a letto, dormì il sonno dei giusti.
        
        L’indomani, appena sveglio, era tutto soddisfatto. Sembrava gli  avessero triplicato la sua modesta retribuzione di organista di cappella. Chiese gli fosse portata un’abbondante colazione, che gustò fino alle briciole. Passò la giornata vagando per la campagna.  Pensò alla notte appena trascorsa, al tarlo, al suo nuovo progetto. Non doveva avere fretta. Solo il tempo avrebbe detto se valeva davvero la pena perseguirlo o lasciarlo languire in uno dei tanti cassetti della mente. Nel pomeriggio arrivò un’ elegante berlina amaranto trainata da sei cavalli, bianchi come le cime del Grossglockner.  Doveva condurre Joannes e il padre in quel di Parma, ospiti di un nobile locale.  La sera assistettero all’esibizione della famosa soprano Lucrezia Agujari. Dopo i soliti convenevoli da salotto ed una cena sontuosa, un valletto con un enorme candeliere, lo accompagnò nella sua camera.
        Non era per niente stanco. Aprì l’ampia finestra che dava sul grande e odoroso giardino, respirò a fondo l’aria della notte, diede un’occhiata alle bianche statue illuminate da una luna sorniona, e si mise allo scrittoio. Buttò giù alcuni appunti musicali e scrisse una lettera alla cugina, raccontandole dettagli piccanti di come la piccola nobiltà del posto passava il suo tempo. Colorandoli  con quel tanto di giocosa arguzia che rendeva pepati i suoi scambi epistolari,  e sconfinava spesso in una irriverente birbanteria, fatta di lazzi e  scurrilità. Tutto soddisfatto per questa sua ultima impresa sorrise, sbadigliò, e si stiracchiò allargando le braccia. Uscì in giardino, orinò nell’erba,  ai piedi di una siepe di alloro, e richiuse la finestra.
        Era già pronto a immergersi in un bel sonno profittando di quella piazza d’armi  morbida come lana di certosino, che un lontano rumore gli fece tendere l’orecchio. Senza alcun dubbio si trattava di un tarlo! Tese anche l’altro orecchio. Stranamente però il rumore che faceva era diverso da quello a cui ormai si era abituato. Era un rumore normale, familiare. Più simile ad uno scricchiolio che ad un contrabbasso. Era il tipico rumore dei tarli  di Salisburgo quando affondano i loro denti  in una bella trave ricavata da un albero della foresta  del Salzkammergut. Prova questa che non esisteva una razza italica ma che, con ogni probabilità, il suo tarlo era un’ eccezione. Forse dotato di mascelle più generose. Salvo che non esistesse una differenza tra i tarli delle residenze  nobili  e quelli campagnoli delle locande. In ogni caso decise che quel suono non lo ispirava, si girò dall’altra parte e, in men che non si dica, si trovò tra le braccia di Morfeo.
        Il mattino seguente si congedò, profondendosi nei più sentiti ringraziamenti e con ampie promesse che la prossima volta avrebbe eseguito la sua nuova sinfonia.  Fece ritorno alla locanda. Trascorse il resto della giornata  lavorando distrattamente: non aveva mai desiderato così tanto che scendesse la notte. Per ricongiungersi con la sua musa ispiratrice. O meglio per trovare conferma che era tutto vero. E non frutto  della sua fervida immaginazione. E  la notte arrivò. E Joannes aspettò che fosse fonda. Perché è nel cuore della notte che  i suoni  si esaltano.  Danno il meglio di sé.  Non si mise a letto, ma direttamente al clavicembalo. Respirò profondamente, si concentrò, tese le orecchie e rimase in attesa. E l’atteso rumore non tardò a farsi vivo. Crun... crun… crun… crun… Era lui. Certo! Questo sì che era il suo tarlo. Non c’era alcun dubbio. Che profondità. Che sonorità. Che ritmo. Che timbro!
        Si mise al lavoro con tutto l’entusiasmo che poneva in ogni creazione. Suonava e aspettava la risposta del suo compagno.  Prendeva nota sullo spartito e pensava, nel suo afflato innovatore:  forse le corde andrebbero modificate… più sottili… ma certo! Così la voce, senza nulla perdere della suo carattere, sarà meno ruvida e scostante. Nella sua mente si stava materializzando l’idea di un trio per violino, violoncello, e contrabbasso.
        Il giorno seguente  ricevette una lettera: Il Conte Pallavicini sarebbe stato deliziato e onorato di poter godere della sua presenza  con un po’ di anticipo rispetto a quanto stabilito. Se da una parte Joannes era gratificato, dall’altro questo voleva dire che doveva lasciare  Parma al più presto. E interrompere il progetto che tanto lo stava assorbendo. Chissà se poteva guadagnare tempo cercando di comporre senza aspettare la notte?  Nel pomeriggio provò e riprovò, ma invano!  Si accorse, non senza disappunto, che per riempire lo spartito aveva bisogno di quel crun-crun. Sembrava impossibile, ma era così. Niente musa, niente ispirazione. O, parafrasando, lontano dagli orecchi, lontano dal cuore. D’altronde la creatività non si può spiegare con la sola ragione, non si può piegare con la volontà, pensò. Vorrà dire che riprenderò  al ritorno. Peccato, proprio adesso che stavamo per raggiungere un’intesa… Domani andrò a Bologna…ormai la cosa mi è entrata dentro… si tratta solo di aspettare… dirò all’oste di tenermi la camera. I tarli godono di buona salute, sono longevi e le travi sono lunghe e soprattutto tante. Così pensando, fece i bagagli e stette sveglio tutta notte per portarsi avanti col lavoro. L’indomani, un po’ assonnato, Joannes, con il padre, si mise in viaggio alla volta di Bologna.
 
        I giorni passavano alternando momenti di grande impegno ad altri più ameni e spensierati. Anche se, al crepuscolo,  puntuale e incontrollabile, la mente andava alla stanza del piccolo borgo. Al progetto che stava covando come brace sotto la cenere. Stava terminando la sua lezione di contrappunto da Padre Martini, che lo raggiunse una lettera davvero inaspettata. Come fulmine a ciel sereno. L’oste della locanda nei pressi di Parma lo avvertiva, con grande dispiacere, che un incendio aveva bruciato  buona parte dell’edificio. Tre camere, tra cui quella dove aveva soggiornato, erano andate completamente distrutte. Era profondamente costernato.  Comunque lui e la moglie  sarebbero stati felici e onorati di ospitarlo nella loro casa, a  pochi passi dalla locanda. Joannes non poteva credere ai suoi occhi. Lesse e rilesse più volte. Sul suo volto si dipinsero prima stupore, poi orrore, quindi disperazione. Poi il tutto  cedette il posto alle lacrime, copiose  e gonfie come la piena del Po. Rimase così per parecchio tempo, tanto che i presenti si preoccuparono per lui. Ma non osarono chiedergli nulla. La notte non dormì. E così per diversi giorni. Si chiuse nel suo dolore. Ed evitò ogni contatto umano. Quanto a mangiare, non gli sarebbe andata giù neanche un’ostia. Suo padre era seriamente preoccupato per la sua salute. Poi, lentamente, via via il tempo passava, la speranza che non tutto fosse andato perduto lo riportò ad una sorta di normalità. Almeno apparente. Ritornò al conservatorio e riprese a seguire le lezioni per  sostenere l’esame per l’aggregazione all’Accademia Filarmonica.
        Viveva ormai contando i giorni che mancavano per riprendere il viaggio. Le sue notti erano visitate da incubi tremendi, di cui però  non parlava con nessuno. Avrebbero dubitato del suo stato mentale. Finalmente arrivò il tanto sospirato giorno. Prese in tutta fretta la carrozza per Parma: il padre lo avrebbe raggiunto di lì a poco. Durante il viaggio pensò a lungo a tutta quella storia. Con tenerezza e nostalgia. Rivisse attimo per attimo. Gli parve perfino di sentire distintamente quel suono, quella voce a cui doveva la sua intuizione. Sentì dolore e riconoscenza nello stesso tempo. Doveva proprio ritornare in quella locanda. Non foss’altro per rendersi conto che non era stato un sogno. Al tramonto erano in vista del borgo. Il sole, rosso all’orizzonte.  Come le fiamme dell’inferno. Via  via la carrozza si avvicinava, sembrava che i cavalli dal manto corvino diventassero nervosi. Quasi  sentissero che quel luogo era stato teatro di un incendio. Sembrava ancora di sentire l’odore acre del legno bruciato. Ma forse era  semplice suggestione.
        Un suono strozzato di corno annunciò l’imminente arrivo alla posteria. Dopo pochi minuti la carrozza entrò con impeto nell’ampio cortile, sferragliando. Poi un prolungato Jeuuuuuh e le redini, tese come le corde di un violino, arrestarono bruscamente  i cavalli.  Il postiglione non fece in tempo a  pronunciare la frase di rito, che Joannes stava già dirigendosi verso l’ingresso della locanda, pietosamente risparmiato dalle fiamme. Entrò,  salì quanto rimaneva delle scale, e si ritrovò davanti le macerie di quella che era stata la sua camera. Non c’erano che travi carbonizzate, pietre annerite, una brocca dell’acqua semifusa. Stette così, prima smarrito, poi assorto. Gli parve di udire distintamente il crun-crun… ebbe la sensazione che avrebbe potuto riprendere e portare a termine il suo progetto. Ma non sarebbe stato più come prima, come si era immaginato. Guardò  melanconico verso l’alto, accennò un sorriso mesto e riprese il viaggio.
        Quanto al contrabbasso, purtroppo, l’incompreso e trascurato strumento avrebbe dovuto aspettare che il secolo si chiudesse e  una nuova era cominciasse. Che l’inarrestabile  vento del Romanticismo lo investisse, assottigliando le sue corde, e  la sensibilità di Bottesini gli conferisse la meritata dignità di comprimario e di solista.
 
 
 


 

 

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Published on e-Stories.org on 03/17/2015.

 

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